Fiori freschi, con un nastro tricolore, sulla tomba di Francesco Ciavatta (foto), una delle vittime di Acca Larentia, falciato il 7 gennaio 1978 dall'odio degli anni di piombo. «Come stelo reciso da falce violenta» è inciso sulla lapide del piccolo cimitero di Montagano, in provincia di Campobasso, dove era nato il giovane del Fronte della gioventù. «Una vittima tristemente celebre di una pagina terribile del nostro paese - dichiara al Giornale, il sindaco, Giuseppe Tullo -. Un pezzo di storia d'Italia anche se non tutti hanno questa sensibilità». Il rischio, dalla primavera dello scorso anno, è che i resti terreni di Ciavatta andassero a finire in un ossario. «Il nostro cimitero è piccolo e a rotazione bisogna fare spazio a nuove sepolture» spiega il primo cittadino. In questo caso l'ultima familiare in vita, una zia che vive a Milano, non vuole sentire parlare di nuove tombe. «Proprio in considerazione di cosa rappresenta e avrei fatto lo stesso per un giovane di sinistra falciato dagli anni di piombo - continua il sindaco - abbiamo preferito lasciare le cose come stanno e potrebbe rimanere così per un tempo indefinito».
Francesco era uno studente delle superiori a Roma di appena 18 anni, che aveva aderito al Fronte della gioventù, la costola giovanile del Movimento sociale italiano. Un peccato mortale, ma in quegli anni terribili si sparava a vista, da una parte e dall'altra della barricata. Bastava uscire con un pacco di volantini da una sede, come quella di Acca Larenzia, per diventare un bersaglio. La sera del 7 gennaio un gruppo di fuoco dei Nuclei armati per il contropotere territoriale sparò ad alzo zero uccidendo sul colpo Franco Bigonzetti. Ciavatta, ferito alla schiena, tentò la fuga, ma lo rincorsero per finirlo con un altro colpo alle spalle. Gli assassini non sono mai stati individuali e forse faranno ancora parte di questo mondo. Un terzo giovane del Fdg, Stefano Recchioni, è stato ucciso poche ore dopo durante gli scontri con le forze dell'ordine.
Francesco era nato nel piccolo borgo del Molise, oggi un migliaio di anime, dove la madre l'ha riportato travolta dal dolore. Suo marito non ha retto e poco tempo dopo l'omicidio del figlio si è tolto la vita. Una famiglia distrutta dalla pagina più buia della nostra Repubblica. «La mamma se ne è andata nel 2022. Francesco e gli altri caduti sono un ricordo indelebile per chi ha cominciato a fare politica anni dopo attaccando manifesti» spiega Gianni Meffe, sindaco di Fratelli d'Italia di Torella del Sannio, il paese di fronte. «Per questo sono andato a portare dei fiori con il Tricolore sulla sua tomba, 48 anni dopo Acca Larenzia» sottolinea il primo cittadino. La zia, ultima parente in vita, residente a Milano, sostiene che la volontà della madre di Francesco sarebbe stata, al turno di riesumazione, di tumulare i resti nell'ossario. Anche l'Associazione Acca Larenzia, che organizza a Roma, davanti alla sede dell'agguato il presente, sollevando le solite polemiche per il saluto romano, aveva proposto in alternativa di acquistare un'urna. Il presidente, Giovanni Feola, spiega che «porterebbe a Roma la lapide» solo se Ciavatta finisse nell'ossario.
«Cancellare la tomba sarebbe stato come togliere un pezzo di storia - sostiene Meffe - E avrei la stessa opinione se
fosse un ragazzo di sinistra. Per fortuna, grazie al comportamento impeccabile del sindaco Tullo il problema è superato». Per ora e si spera per sempre Francesco risposerà al suo posto «come stelo reciso da falce violenta».