Il Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale rappresenta un'eccellenza unica al mondo, incaricata della protezione del vasto e inestimabile patrimonio artistico e archeologico del Paese. Nato in Italia nel 1969, il Reparto unisce competenze investigative tradizionali e tecnologie d'avanguardia, ponendosi come punto di riferimento internazionale nel contrasto al traffico illecito di opere d'arte. In occasione del 212 esimo anniversario della fondazione dell’Arma dei Carabinieri, il Giornale ha intervistato il Tenente Colonnello Giuseppe Marseglia, comandante del Gruppo Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale del Nord, per approfondire il ruolo di questa realtà, le sue articolazioni operative e le sfide quotidiane affrontate a difesa della nostra memoria collettiva. La ricorrenza si celebra il 5 giugno, giorno in cui nel 1920 la Bandiera dell’Arma fu insignita della prima Medaglia d’Oro al Valor Militare per la partecipazione dei Carabinieri alla Prima Guerra Mondiale. Quest’anno, per la prima volta, il 5 e 6 giugno il Comando Generale dell’Arma dei Carabinieri sarà aperto al pubblico per un ciclo di visite guidate.
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Comandante, per quale motivo il vostro reparto viene definito un "unicum" e un modello a livello mondiale?
"Il nostro è un reparto speciale dell'Arma dei Carabinieri che opera alle dipendenze funzionali del Ministro della Cultura. Costituiamo un unicum a livello mondiale perché siamo il primo e più antico reparto al mondo che si occupa di tutela del patrimonio culturale, fondato nel 1969, un anno prima della Convenzione UNESCO del 1970 che invitava gli stati membri ad adottare simili misure di prevenzione e di tutela, creando polizie specializzate per contrastare l'aggressione ai patrimoni culturali nazionali. Nel corso dei 57 anni di storia abbiamo sviluppato le nostre capacità, creato il nostro know-how e allargato le nostre articolazioni. Oggi siamo presenti su tutto il territorio nazionale con nuclei regionali e abbiamo poi due gruppi, uno per il nord e uno per il sud; io ho l'onore di comandare quello del nord, che ha sede a Monza. A Roma abbiamo un reparto operativo suddiviso in quattro sezioni: archeologia, antiquariato, falsi ed arte contemporanea e cyber investigation. Questo reparto operativo è il nostro strumento per le attività investigative più complesse che si sviluppano in ambito nazionale e internazionale. Il cuore della nostra organizzazione è la sezione elaborazione dati: in 57 anni abbiamo creato la più grande banca dati esistente al mondo dedicata ai beni culturali illecitamente sottratti, un database che oggi contiene circa 1 milione e 700.000 file.

Questo milione e settecentomila file dà l'idea di quanto sia vasto il materiale da proteggere. Qual è la reale entità del fenomeno dei furti e degli scavi clandestini in Italia?
Questo dato non è altro che la punta dell'iceberg rispetto a quanto è stato sottratto nel nostro paese negli ultimi 150 anni. Abbiamo problemi endemici legati all'attività criminale dello scavo clandestino che interessa perlopiù le regioni meridionali, ma anche quelle del nord, dove abbiamo notizie di danneggiamenti su siti archeologici. Questo fenomeno dura da secoli; abbiamo documentazione di trafugamenti di reperti archeologici almeno dal '700. Anche in questo l'Italia detiene un primato: una delle prime legislazioni di tutela fu fatta negli antichi stati preunitari, a cominciare da quello della Chiesa, dove già a metà del '400 si sentì la necessità di tutelare queste antichità e il Papa fece una legge ad hoc per garantire la protezione dei monumenti antichi e dei beni culturali romani.
Negli ultimi tempi il mercato dell'arte e dell'antiquariato è cambiato profondamente. In che modo questa evoluzione influenza la vostra strategia?
Negli ultimi decenni abbiamo assistito a un fenomeno di dematerializzazione: vediamo quotidianamente che gli esercizi commerciali antiquariali fisici tendono a chiudere, mentre aumenta il mercato on-line su siti web, marketplace e social network. Questo rende necessario un cambio di strategia sia per la prevenzione che per la repressione. Dobbiamo monitorare il web e ampliare i nostri confini, perché un mercato dematerializzato è mondiale: è possibile vendere in Italia, usando una piattaforma come eBay, un oggetto che viene acquistato in Australia e spedito via posta. Questo complica il lavoro, perché il fenomeno è ormai globalizzato.
Per contrastare questo mercato globale, avete introdotto l'uso dell'intelligenza artificiale. Come funziona il sistema S.W.O.A.D.S e quale supporto fornisce alle vostre indagini?
Abbiamo sviluppato, primi al mondo, un'applicazione di intelligenza artificiale collegata alla nostra banca dati, che nel 2023 ha vinto un premio a Dubai per l'innovazione tecnologica. Il sistema si chiama S.W.O.A.D.S (Stolen Works of Art Detection System) e lavora H24 verificando le immagini che passano sui big data: web, dark web, social network e marketplace. Quando trova una similitudine con le immagini della nostra banca dati, genera un alert e interviene l'operatore umano per la verifica. Non lasciamo le indagini totalmente all'IA; il fattore umano rimane determinante. Questo sistema ci agevola nell'individuare un maggior numero di opere. Quotidianamente abbiamo riscontri su quadri, arredi ecclesiastici e oggetti rubati anche da abitazioni private; il sistema è un'innovazione che ci aiuta a setacciare l'enorme mole di dati.
Un altro pilastro del vostro reparto è la collaborazione con l'ONU. Come operano i "Caschi blu della cultura" nelle aree di crisi?
Nel 2015 l'Italia ha firmato un accordo con le Nazioni Unite per creare la prima task force dei Caschi Blu della Cultura, un orgoglio italiano. È una forza mista composta al 50% da esperti civili del Ministero della Cultura (archeologi, storici dell'arte, restauratori, architetti) e per il 50% dai Carabinieri del TPC. Viene attivata in situazioni di crisi naturali, come il terremoto dell'Italia centrale o l'alluvione in Emilia-Romagna del 2023, oppure in scenari pre bellici o post bellici, come potrebbe essere quello ucraino, quando finiranno i combattimenti, per i danni a Odessa, per esempio, città che detiene un patrimonio culturale di livello mondiale dove, oltre ai danneggiamenti a chiese e monumenti, sono stati sottratti quadri e opere dai musei locali. L'impiego avviene su mandato ONU o su richiesta diretta del paese terzo. Una volta sul posto, la Task Force quantifica i danni, mette in sicurezza i beni, organizza restauri e può formare le forze di polizia locali sul nostro modello.
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Tra prevenzione e recupero, dove si concentra il vostro sforzo maggiore?
La prevenzione è importantissima. Quando recuperiamo un reperto archeologico frutto di scavo clandestino, il danno storico-documentale è spesso irreparabile perché il pezzo è decontestualizzato. Con il monitoraggio costante degli obiettivi sensibili, come le perlustrazioni sui siti archeologici, dove stiamo sperimentando l'uso di droni, molto più economici ed efficaci dell'elicottero, riduciamo la minaccia. Inoltre, controlliamo musei e grandi chiese. Vent'anni fa, quando parlavamo ai colleghi francesi dell'importanza di schede di controllo museale, eravamo visti con scetticismo; dopo il furto al Louvre, credo si siano ricreduti. Il fatto che i furti nei musei in Italia siano crollati quasi allo zero dimostra che la nostra strategia di prevenzione è la migliore al mondo. Abbiamo anche collaborato con la CEI per catalogare i beni ecclesiastici e agevolare l'apertura dei musei diocesani, trasformandoli in contenitori protetti.
Dal punto di vista economico, quanto vale il mercato nero dell'arte e qual è l'approccio giuridico italiano?
Il mercato dei beni culturali a livello mondiale è secondo soltanto a quello della droga e delle armi. Si tratta di un settore di enorme rilevanza dove le organizzazioni criminali cercano vantaggi tramite riciclaggio o esterovestizione. Tuttavia, noi non operiamo con una logica puramente economica. L'Italia ha il primato di aver creato la prima definizione giuridica di bene culturale grazie alla Commissione Franceschini (1964): il bene è testimonianza materiale avente valore di civiltà, non valore economico. Questo ci differenzia dai paesi di common law, come Regno Unito o Nord America, che hanno una visione più mercantilistica. Noi tuteliamo il bene a prescindere dal suo prezzo, valorizzando esclusivamente l'aspetto di civiltà.

Per concludere, quali sono le ultime tendenze che state osservando nel mercato illecito?
Noto un cambiamento nei gusti: l'antiquariato tradizionale (mobili del '600-'700 e quadri dell'800) è in declino commerciale e i prezzi sono crollati. Anche l'archeologia soffre la "stagione del babbo morto": eredi che si ritrovano collezioni in casa e, capendo che senza documenti quei beni sono patrimonio indisponibile dello Stato e rischiano denunce per ricettazione, se ne disfano. Noi sequestriamo grossi quantitativi di oggetti decontestualizzati. Ciò che invece va per la maggiore è l'arte contemporanea, vista come investimento economico. Purtroppo, questo ha alimentato il fenomeno criminale della falsificazione, su cui lavoriamo quotidianamente, soprattutto al Nord. A livello tecnico è molto più facile falsificare un'opera contemporanea che un quadro del '500. Questa evoluzione del mercato è sintomatica del cambiamento della nostra società.