La ricerca scientifica produce conoscenza, ma perché questa possa davvero trasformarsi in consapevolezza collettiva deve riuscire a uscire dai laboratori e raggiungere le persone. È proprio questa la sfida raccolta dal Laboratorio di Dietetica e Nutrizione Clinica dell’Università di Pavia guidato dalla professoressa Hellas Cena, che nell’ambito del National Biodiversity Future Center (NBFC) ha scelto una strada tutt'altro che convenzionale: raccontare la biodiversità attraverso l’arte. Una scelta che potrebbe apparire insolita per un progetto scientifico, ma che nasce da una convinzione precisa, i bambini di oggi saranno i cittadini che domani dovranno confrontarsi con le grandi sfide ambientali, alimentari e sociali legate alla sostenibilità. Per questo motivo il progetto "I colori raccontano storie per Nutrire la Biodiversità", ideato e curato da Cristina Ciusa con il contributo scientifico di ANSISA e dell'Università di Pavia, ha deciso di rivolgersi proprio ai più piccoli, trasformando concetti complessi come biodiversità, sostenibilità e idratazione in esperienze concrete, creative e partecipative. L'iniziativa si inserisce nelle attività di divulgazione scientifica e public engagement promosse dal National Biodiversity Future Center (NBFC), con l'obiettivo di trasferire le conoscenze sviluppate dalla ricerca alle comunità e alle nuove generazioni. L'ultima tappa di questo percorso si è svolta negli spazi di Triennale Milano, dove bambini e genitori hanno partecipato a un'esperienza che ha unito arte, scienza e riflessione sul rapporto tra salute e ambiente.
Perché parlare di biodiversità ai bambini
L'idea nasce da una domanda semplice ma fondamentale, come si racconta la biodiversità a chi ha cinque, sei o dieci anni? Una domanda che Cristina Ciusa si è posta all'interno del percorso del National Biodiversity Future Center. "Molti hanno utilizzato l'arte per raccontare la biodiversità, ma quasi nessuno aveva pensato di coinvolgere i più piccoli in modo diverso", spiega. Da qui nasce l'intuizione di costruire un progetto che non parlasse soltanto di alimentazione o sostenibilità, ma che affrontasse la biodiversità anche come valore culturale, sociale ed etico. "Ho voluto chiamarlo i colori raccontano storie per Nutrire la Biodiversità perché nutrire non significa soltanto mangiare. Significa nutrirsi culturalmente, condividere conoscenze, costruire consapevolezza. La conoscenza ci rende liberi e ci rende responsabili delle nostre scelte". L'obiettivo non era quindi trasmettere nozioni, ma creare un'esperienza capace di generare domande, curiosità e riflessioni. Un aspetto centrale del progetto riguarda il ruolo stesso dei bambini nel processo educativo. Secondo Cristina Ciusa, infatti, l'apprendimento non procede in un'unica direzione, dagli adulti ai più piccoli. "Esiste il pregiudizio secondo cui sia sempre il bambino a imparare dall'adulto. In realtà accade spesso anche il contrario. Quando un bambino scopre qualcosa e torna a casa continua a fare domande, coinvolge i genitori, apre nuove conversazioni e allarga la conoscenza all'interno della famiglia". Per questo il progetto è stato pensato non soltanto come un'attività per l'infanzia, ma come un'esperienza capace di generare un impatto più ampio, raggiungendo indirettamente l'intero nucleo familiare.
L'arte come linguaggio universale della scienza
La scelta di partire dall'opera di Maria Lai non è casuale. L'artista sarda ha dedicato gran parte della propria ricerca al tema del filo, della tessitura e della relazione, anticipando molti dei principi che sarebbero stati successivamente associati all'arte relazionale. Per l'esperienza in Triennale è stata selezionata un'opera capace di evocare la scoperta, la curiosità e il desiderio di andare oltre ciò che già si conosce. "Maria Lai raccontava il mondo attraverso i fili e attraverso le storie", spiega Cristina Ciusa. "Anche i bambini raccontano la propria storia attraverso un colore, un gesto o un intreccio. Nessuno spiega loro cosa devono vedere: ognuno costruisce liberamente il proprio significato". In questa prospettiva l'opera d'arte non rappresenta un punto di arrivo, ma un punto di partenza da cui esplorare il rapporto tra conoscenza, immaginazione e realtà. Ispirati da un'opera di Maria Lai e dalle suggestioni scientifiche fornite dai ricercatori, diventano "artisti per un giorno", realizzando una grande opera collettiva fatta di fili, nastri, tessuti e colori. "Utilizziamo il linguaggio universale dell'arte come chiave maieutica", spiega Cristina Ciusa. "I bambini vengono guidati a costruire significati personali attraverso il colore, la relazione, l’esperienza e la narrazione visiva". Un approccio che richiama la maieutica socratica, ovvero l'idea di "tirare fuori" il sapere anziché imporlo dall'esterno. "La biodiversità è diversità. E i bambini questa cosa la comprendono naturalmente. In un'ora e mezza di attività imparano, si contaminano a vicenda, si scambiano idee e costruiscono significati insieme."
L'acqua raccontata attraverso fili e tessuti
L'edizione ospitata in Triennale Milano ha scelto di concentrarsi sul tema dell'acqua e dell'idratazione. Questa attenzione nasce anche da una riflessione legata al territorio lombardo, una regione profondamente modellata dalla presenza delle risorse idriche. Fontanili, risorgive, canali e corsi d'acqua hanno contribuito nei secoli a costruire il paesaggio e la cultura locale. "Volevamo raccontare l'acqua come qualcosa che è dentro di noi, fuori di noi e con noi", spiega Ciusa. "Non soltanto come elemento da bere, ma come presenza costante nella nostra vita, nella natura e negli ecosistemi". “L’acqua rappresenta una delle principali risorse che sostengono la biodiversità degli ecosistemi e, al tempo stesso, la salute delle comunità umane”. Un concetto che i bambini hanno esplorato attraverso i materiali, i colori e le sensazioni fisiche, comprendendo che l'acqua può essere vista, toccata, immaginata e vissuta ben oltre il semplice gesto del bere. Un argomento apparentemente semplice ma che, secondo gli esperti, continua a essere sottovalutato. I bambini hanno lavorato su una grande tela color ghiaccio, attraversata da aperture e intrecci che richiamavano simbolicamente il rapporto tra uomo, ambiente e conoscenza. Fili di seta, tessuti recuperati e materiali provenienti da collezioni donate dalla Tessitura Galbiati sono diventati strumenti per immaginare il percorso dell'acqua nel pianeta e nella vita quotidiana. "Nessuno diceva loro quale colore scegliere o dove inserire i fili", racconta Ciusa. "Avevano la libertà di esplorare, creare e raccontare. Alcuni hanno scelto il blu dell'acqua, altri il giallo della sabbia, altri ancora il rosa o il verde. Ognuno ha trovato il proprio modo di interpretare ciò che stava vivendo". Il risultato non è stato soltanto un'opera artistica, ma un'esperienza relazionale. Durante il laboratorio non sono mancati episodi che hanno sorpreso gli stessi organizzatori. Alcuni bambini si sono sdraiati all'interno della grande tela, altri si sono ricoperti di fili e nastri per sperimentarne le sensazioni, altri ancora hanno associato spontaneamente l'acqua ai sapori e agli alimenti che fanno parte della loro quotidianità. C'è chi ha parlato del melone, chi dei funghi, chi della banana, riflettendo in modo naturale sul rapporto tra cibo, sete e benessere. "La cosa più sorprendente", racconta Ciusa, "è stata vedere come bambini che non si erano mai incontrati prima abbiano condiviso materiali, idee e interpretazioni senza creare conflitti, rispettando spontaneamente il lavoro degli altri". "I bambini si passavano i fili, li intrecciavano insieme, li condividevano spontaneamente. Hanno capito in modo naturale cosa significa relazione, scambio e interdipendenza".
Hellas Cena: "La ricerca deve arrivare nelle famiglie"
Per la professoressa Hellas Cena, responsabile del Laboratorio di Dietetica e Nutrizione Clinica dell'Università di Pavia e presidente ANSISA, il progetto rappresenta un esempio concreto di come la ricerca possa diventare patrimonio collettivo. "Il laboratorio in Triennale Milano è la traduzione operativa di un approccio sviluppato nell'ambito del National Biodiversity Future Center: non fermarsi alla ricerca, ma costruire modelli applicativi in grado di raggiungere i cittadini nei contesti urbani reali". Secondo la docente, il coinvolgimento dei bambini rappresenta una scelta strategica. "Formare nuove generazioni consapevoli del legame tra alimentazione, idratazione e salute è il primo passo per costruire famiglie e comunità più attente al proprio benessere". L'idea di lavorare contemporaneamente con bambini e genitori nasce proprio dalla volontà di creare un cambiamento culturale che parta dalla famiglia. "I bambini imparano, ma allo stesso tempo trasferiscono ciò che apprendono all'interno della loro comunità di riferimento. Continuano a fare domande, a stimolare riflessioni, a coinvolgere gli adulti".
La "salute invisibile" dell'acqua
Al centro dell'iniziativa c'era anche un messaggio scientifico molto preciso: l'importanza dell'idratazione. “Quella che potremmo definire una sorta di ‘salute invisibile’, ovvero l’insieme di fattori che influenzano il benessere quotidiano senza manifestarsi immediatamente con sintomi evidenti. L'idratazione è uno di questi. Anche piccole carenze di liquidi possono influenzare forza, concentrazione, umore e capacità cognitive". Molti genitori prestano attenzione all'alimentazione dei figli ma tendono a sottovalutare l'acqua. La docente invita inoltre genitori e insegnanti a prestare attenzione ad alcuni segnali che possono indicare una scarsa idratazione. "Stanchezza immotivata, difficoltà di concentrazione, mal di testa, irritabilità, bocca secca e urine particolarmente concentrate sono alcuni campanelli d'allarme da non sottovalutare". Sintomi che spesso vengono attribuiti ad altre cause ma che, in alcuni casi, possono essere collegati proprio a una lieve disidratazione. "Abbiamo imparato a considerare il cibo come elemento centrale dell'educazione alla salute, mentre l'acqua viene percepita come qualcosa di scontato. In realtà imparare a bere correttamente è un comportamento che si costruisce fin dall'infanzia". Uno dei falsi miti più diffusi riguarda proprio il rapporto tra sete e idratazione. "Molte persone pensano che sia sufficiente bere quando si avverte la sete", osserva Hellas Cena. “La sete rappresenta un importante meccanismo fisiologico di regolazione, ma non sempre costituisce un indicatore sufficientemente precoce dello stato di idratazione, in particolare nei bambini e negli anziani”.
Acqua, cervello e apprendimento
Uno degli aspetti più interessanti affrontati durante il progetto riguarda il rapporto tra idratazione e funzioni cognitive. “Numerosi studi suggeriscono che anche lievi stati di disidratazione possano influenzare attenzione, memoria a breve termine, tempi di reazione e stato dell’umore, soprattutto nei soggetti più vulnerabili”. Una corretta idratazione, spiega la docente, contribuisce quindi a mantenere condizioni ottimali per l'apprendimento. "Il cervello è uno degli organi più sensibili alle variazioni dello stato di idratazione. Oggi sappiamo che idratazione e funzione cognitiva sono strettamente collegate, ma questa conoscenza non è ancora sufficientemente diffusa". Proprio per questo gli adulti accompagnatori hanno partecipato a incontri scientifici interattivi dedicati all'acqua, ai fabbisogni nelle diverse età della vita e ai comportamenti quotidiani che possono favorire una corretta idratazione. Un'altra abitudine che preoccupa gli esperti riguarda la crescente diffusione di succhi, tè freddi e bevande zuccherate in sostituzione dell'acqua. "Il problema non è soltanto l'idratazione", spiega la professoressa. "Queste bevande apportano anche quantità elevate di zuccheri semplici e calorie che, nel lungo periodo, possono contribuire ad aumentare il rischio di sovrappeso, obesità, carie dentale e alterazioni metaboliche". Da qui l'importanza di educare i bambini a considerare l'acqua come la principale bevanda quotidiana.
Un filo che unisce salute, ambiente e biodiversità
Nel progetto l'acqua non viene raccontata soltanto come nutriente. “Diventa il simbolo di una connessione più ampia. È il perfetto esempio di collegamento tra salute umana e salute del pianeta", sottolinea Hellas Cena. "Quando proteggiamo l'ambiente, proteggiamo anche la nostra salute. È il principio stesso dell'approccio One Health". Da qui nasce la scelta di utilizzare linguaggi apparentemente lontani dalla scienza tradizionale. L'arte, infatti, permette di trasformare dati e concetti complessi in esperienze emotive e memorabili."La scienza comunica meglio quando coinvolge emozioni, curiosità ed esperienza diretta. Con i bambini imparare facendo è molto più efficace che limitarsi ad ascoltare".
Cristina Ciusa: "La creatività rende memorabile la conoscenza"
Per Cristina Ciusa uno degli aspetti più importanti riguarda la capacità dell'esperienza creativa di lasciare un segno duraturo. Non si tratta soltanto di apprendere un contenuto, ma di viverlo. "I bambini non si dimenticheranno quello che hanno fatto", afferma. Una convinzione maturata anche grazie alle precedenti esperienze realizzate nelle scuole.Tornando mesi dopo alla scuola primaria di via Bergognone, dove il progetto aveva mosso i primi passi, la curatrice ha potuto verificare come molti bambini ricordassero ancora con precisione quanto avevano vissuto, le attività svolte e i concetti affrontati. È questa, secondo Ciusa, la vera forza dell'apprendimento esperienziale: trasformare la conoscenza in un ricordo personale e significativo. Nel corso dell'esperienza è emerso un elemento che ha colpito particolarmente gli organizzatori: la velocità con cui i bambini riescono ad apprendere quando si sentono liberi di sperimentare. "Quando fai qualcosa che ti piace non ti accorgi della fatica", racconta Cristina Ciusa. "La sospensione del giudizio e la libertà responsabilizzano moltissimo e facilitano l'apprendimento". Secondo la curatrice del progetto, la creatività non rappresenta un semplice strumento educativo ma una vera e propria modalità di costruzione della conoscenza. "I bambini non dimenticheranno quello che hanno fatto. La memorabilità nasce proprio dall'esperienza vissuta". Ed è forse questa la lezione più importante emersa dall'iniziativa, la scienza può essere raccontata in modi diversi, senza perdere rigore, ma anzi guadagnando partecipazione, curiosità e coinvolgimento.
La biodiversità del futuro passa dai bambini di oggi
L'esperienza di Triennale Milano dimostra che parlare di biodiversità non significa soltanto discutere di ecosistemi o tutela ambientale. Significa costruire una cultura della sostenibilità che coinvolga le persone fin dall'infanzia. Attraverso un filo colorato, una tela condivisa o un semplice bicchiere d'acqua, bambini e famiglie hanno avuto l'opportunità di comprendere che salute, ambiente e biodiversità non sono temi separati, ma parti di uno stesso racconto. Un racconto che il team guidato dalla professoressa Hellas Cena e da Cristina Ciusa ha scelto di affidare all'arte, trasformando la divulgazione scientifica in un'esperienza da vivere prima ancora che da studiare. Se dovesse lasciare un solo messaggio alle famiglie, Hellas Cena non ha dubbi: "Considerate l'acqua non come una semplice bevanda, ma come un vero nutriente essenziale".
Un gesto apparentemente semplice come bere un bicchiere d'acqua può infatti diventare il primo passo verso una maggiore consapevolezza della propria salute e del legame che unisce benessere umano, ambiente e biodiversità.