
L'Università è dai tempi del fascismo che non brilla per coraggio. E spesso neppure per coerenza. L'ultimo caso, a Palermo, è quello del professore della Facoltà di Giurisprudenza (già candidato con Rifondazione Comunista e Verdi: la moderna sinistra italiana ha alle spalle una così impressionante serie di gaffe da fare concorrenza alla destra) il quale in un post su Gaza ha invitato a togliere l'amicizia sui social agli ebrei. Un atto terribile se si pensa che viviamo in un mondo in cui è peggio togliere a qualcuno l'amicizia su Facebook che il saluto.
Comunque il «Prof» lo ha scritto. Poi si è stupito delle critiche. E infine si è mezzo scusato. E fino a qui, niente di nuovo. Strano non abbia detto che gli hanno hackerato il profilo.
Quello che incuriosisce, semmai, è la decisione del rettore dell'Università. «Non ci sarà alcun provvedimento disciplinare nei confronti del professore - ha detto - perché non si è reso conto della portata delle sue parole: è stata solo una boutade». La famosa boutade del male.
Ora. Per noi bene così. Riteniamo sbagliato punire un dipendente pubblico
per un'opinione personale, per quanto più o meno orribile. La decisione è giusta. Ma è la motivazione a essere sbagliata.
Dicendo che il professore «non si è reso conto della portata delle sue parole», il rettore (oltre a dare del deficiente al collega) dimostra, giustificandolo, di non rendersi conto del peso delle proprie.Che forse è peggio.