Matteo Lancini, docente di Psicologia clinica e dello Sviluppo dell'Università Milano Bicocca, ieri notte c'è stata un'aggressione mortale, da parte di una pandilla, sempre questa settiamana il ragazzo della Bocconi rimasto paralizzato per le botte ricevute da un gruppo di ragazzi li ha voluti incontrare. La cronaca abbonda di casi di aggressioni armate da parte di ragazzi. Cosa sta succedendo?
«Negli ultimi 10 anni assistiamo a un aumento di segnali di disagio giovanile che si esprime attraverso forme di attacco al proprio corpo».
I dati sono foniti recentemente dall'assessorato al Welfare di Regione Lombardia: nel 2025 sono state effettuate oltre 140mila visite di neuropsichiatria infantile. Si contano 6.500 accessi al pronto soccorso dei minori per problemi psichiatrici. I ricoveri per disturbi psichiatrici segnano un incremento del 169% rispetto al 2020.
«Negli ultimi anni la modalità di espressione del disagio si è trasformata nel fatto che i giovani, non solo dei ceti socio-economico svantaggiati, vanno in giro armati».
A cosa è dovuto?
«È come se esistesse una paura del mondo esterno. Il disagio oggi trova forme espressive molto violente verso il corpo proprio e quello degli altri. Tra l'altro, come ben noto, in una società dove il conflitto generazionale è molto attenuato rispetto al passato, le aggressioni sono rivolte spesso ai coetanei. Non solo...».
Cosa?
«Dentro questa dinamica emergono forme nuove di aggregazione, che non riguardano le baby gang, molto diverse rispetto al passato. A Milano, soprattutto, il fenomeno riguarda aggregazioni di ragazzi organizzate, ma estemporanee».
Quali le origini?
«Sebbene ci sia chi attribuisce questa esplosione di violenza tra gli adolescenti al fenomeno della musica trap, ai videogiochi e ai social network, io credo che sia piuttosto da legare alla violenza che la società propone quotidianamente e all'individualismo imperante. Quando dei giovani non trovano modo di esprimere il disagio diventano violenti: questa è proprio la questione dell'adolescenza, stretta tra il mondo interno evolutivo e la proposta del modello di identificazione del mondo esterno».
Quali le cause?
«Credo che questa violenza dipenda da una disperazione interiore dei ragazzi da un lato e dall'altro dalla difficoltà della nostra società ad avere a che fare con le emozioni, in particolare tristezza, rabbia e paura, che sono negativeche andrebbero invece accolte e non messe a tacere. Le emozioni non espresse in adolescenza da sempre diventano sintomo e, molto spesso, sintomo violento, agito e disperato».
Lei parla di disperazione giovanile, a cosa è dovuta?
«I ragazzi oggi crescono in una società che li ignora e che lascerà loro in eredità più povertà, nessun sistema di welfare, un pianeta disboscato e mari plastificati mentre noi siamo sempre nell'idea che loro hanno avuto troppo e che bisogna privarli di qualcosa».
I coltelli?
«È una tematica che oscilla tra paura di cosa ti può accadere fuori, ma anche una sorta di paura interna. E quando uno ha tanta paura con un coltello ribalta il ruolo e diventa quello che fa paura. Ma quando un sedicenne compie un atto così grave che da quel momento in poi gli cambierà la vita, per me vuol dire che non ha trovato un modo diverso di esprimere un disagio».
Sono consapevoli dei rischi?
«Sanno benissimo i rischi che corrono però prevale l'aspetto emotivo su quello razionale. A volte poi subentra l'effetto gruppo, la dinamica della mente del gruppo».