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Smemorando

Vera macchina da soldi negli anni '80 e '90, nei 2000 la Smemoranda precipitò in un fallimento vergognoso

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Noi la Smemoranda non l'abbiamo mai comprata. Troppo costosa, troppo iconica, troppo interista, troppo di sinistra. Quando studiavamo, il mondo di riferimento della «Smemo» era quello intellettuale altoborghese, tutti ben inseriti, tutti supercomunisti. Meglio i diari di Sturmtruppen.

Cosa c'entra? Niente. Ma c'è venuto in mente quando l'altro giorno abbiamo letto su un giornalone un'intervista a tutta pagina a Michele Mozzati del duo Gino&Michele, il quale, dalla sua casa a Stromboli, ripercorrendo i suoi successi, da Drive In a Zelig, si è ricordato della Smemoranda solo per dire che iniziò tutto «per aiutare Democrazia proletaria», smemorandosi però di come finì.

Vera macchina da soldi negli anni '80 e '90, nei 2000 la Smemoranda - mentre passava da frasi inutili come «Se ti viene voglia di studiare, siediti e aspetta che ti passa» alla propaganda strisciante tipo «Non c'è nulla di strano nell'essere attratti dal porno transessuale» precipitò in un fallimento vergognoso. Investimenti sbagliati, negozi nelle proletarie Miami e Shanghai, stipendi d'oro ai vertici, 40 milioni di debiti e 130 licenziamenti. Senza neanche un'inchiesta di Report.

Il papà della Smemoranda se ne è smemorato, ma all'epoca il manifesto riferì di una azienda «ingiusta e sessista», di auto di lusso per i dirigenti e dipendenti sottopagate, di «tensioni e minacce», di un clima «censorio e maschilista», di un «ambiente lavorativo tossico».

Vabbè. Speravamo che fallito il positivismo progressista fallissero anche le sue élite. E invece, come al solito, loro svernano alle Eolie.

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