Ripuliscono le strade, danno da vestire ai clochard, consolano gli anziani. I manifestanti del fine settimana non hanno solo a cuore le sorti del Paese e del pianeta. Sarebbe riduttivo vederli solo come amanti della pace e della solidarietà. Sono anche buoni, generosi, ormai pronti per la beatificazione.
La causa la stanno istruendo pagine social dedicate, ma un bel contributo arriva anche da fior di giornali un tempo «borghesi» ma già sensibili al fascino di intere generazione di protestatari. In rete c’è chi invoca la «fantasia al potere» del ’68 per dei cartello, peraltro volgari, e per il «tutto e subito». C’è chi si commuove rivedendo il se stesso di 60 anni fa, in queste confuse piazze che vogliono non si sa bene cosa sulla casa e la scuola, una magica «riduzione dei prezzi» e poi la pace, anzi l’intifada.
«Per noi il Vietnam era ciò che ha rappresentato Gaza e la Palestina per i ragazzi di oggi» ha sentenziato il leader Maximo D’Alema, già comunista poi liberale, poi ancora comunista.
Ci si «ribella» di nuovo, dunque. Non si sa bene a chi, ma ci si ribella. Al «sistema».
Alla Meloni, alla destra, al capitalismo. «Al netto della violenza che distrugge ogni buona ragione, ribellarsi è giusto. Belle queste piazze» ha scritto Pier Luigi Bersani, che rischiava di passare alla storia per le sue «lenzuolate di liberalizzazioni» di 20 anni fa esatti, e a 75 anni ha deciso di lisciare il pelo a questa sinistra, mentre nel 2012, presentando un libro su «Israele e la Sinistra», da segretario Pd, aveva riconosciuto che la «tendenza antisemita» era stato «un elemento di involuzione della pratica e del pensiero della sinistra in Europa e certamente in Italia».
Ora nelle piazze sguazzano gruppi organizzati (moralmente sostenuti da tanti bravi compagni) che cacciano la BriTorino, le chiede di sposarlo con im bacio e l’anello al corteo, davanti al cordone di polizia: «Crediamo nel futuro» gata ebraica o arrivano a invocare il 7 ottobre come se niente fosse, e inneggiano all’Intifada (che è stata la campagna terroristica contro Israele). «Se non cambierà, Intifada pure qua» cantavano anche a Livorno al corteo contro il caro-vita. Ma sono compagni rivoluzionari.
E se sbagliano lo fanno perché sono arrabbiati, per «colpa nostra». Anche quando, novelli «Robin Hood» metropolitani, tolgono alle catene per dare ai poveri (magari la misura della felpa non va bene). «Copriti che fa freddo» avevano detto a un clochard regalandogli qualcosa, a Milano, città che certo non lascia nessuno senza vestiti, cibo o senza un letto.
Poi sono arrivati i due impegnati a scambiarsi una telegenica promessa di matrimonio davanti ai fotografi, i manifestanti che hanno lasciato passare (addirittura) un’ambulanza (che umanità), quelli che hanno pulito la strada dai rifiuti dopo il passaggio del corteo, la ballerina con tutù e volto mascherato, i due vestiti da Batman e Robin che hanno provato a stringere le mani agli agenti, la studentessa che ha donato loro fiori. E a Parigi i giovani hanno fatto attraversare un anziano. Tutto rigorosamente a favore di «reel».
Manifestazioni gioiose, «colorate», «pacifiche». Sempre. Come se occupare una strada ad alto scorrimento bloccando tutti, o celebrare atti terroristici, fossero parole e opere di pace. Troppo buoni.
