Il confine tra la vita e la morte è una trave, un muro che resta in piedi, un indirizzo sbagliato, un rantolo, una scelta, un non detto, un sospiro più dolce, un protocollo, il tempo che gira più veloce delle pale di un elicottero o un dolore che ti fa dire alle tre del mattino in aramaico «Elì, Elì, lemà sabactàni?».
Amato De Monte queste cose le conosce tutte. È il gioco di vuoti e di pieni che accompagna la sua vita, un rumore di passi che lo accompagna e che adesso a 72 anni fa fatica a ignorare, scantonando ogni volta dai luoghi comuni, dai sentieri tracciati, dalle parole facili che gli altri in massa vogliono sentire, tanto da ritrovarti l’indice addosso di malpensanti e probiviri. Il suo è il destino di un cane sciolto, per brevità chiamato anestesista o, se va bene, rianimatore. È un medico che da tutta una vita gioca a dadi con la morte, cercando in tutti i modi di non far soffrire troppo il suo prossimo. È lui che nel febbraio del 2009, nella clinica «La quiete» di Udine, sospende alimentazione e idratazione a Eluana Englaro dopo diciassette anni di silenzio. Verrà la morte e avrà i suoi occhi, quelli di Eluana. Quel giorno il medico disse: «È la scelta più difficile della mia vita».
Il tempo è passato e ha lasciato tracce e cicatrici. Ma perché tornare a parlare di lui proprio adesso? Per una notizia di cronaca giudiziaria. È successo qualche giorno fa. De Monte è testimone al processo sulla piena di Natisone, quella che il 31 maggio del 2024 travolse Patrizia Cormos, Bianca Doros e Cristian Molnar. Tra gli imputati c’è un operatore della Sores, la centrale operativa dell’emergenza sanitaria regionale. Il direttore era proprio Amato De Monte. Il procuratore di Udine Massimo Lia lo incalza, alza la voce, si indigna. Il nodo è la classificazione dell’intervento. A chi toccava inviare subito l’elisoccorso? Se è tecnico tocca ai vigili del fuoco, se è sanitario tocca alla Sores. De Monte dice che un medico
e un infermiere non sarebbero serviti a nulla, perché i ragazzi non erano in fin di vita ma avevano bisogno di un aiuto «tecnico»: «Non è mancanza di rispetto per quei ragazzi che non ci sono più. È giustizia. Non si può condannare una persona perché ha seguito un protocollo. Non aveva margini di scelta». De Monte anche questa volta prende una posizione scomoda e si rifiuta di assecondare processi di massa. Non sempre la «vox populi» è quella più saggia. «Ho visto troppa morte per andare alla ricerca di capri espiatori».
È la sera del 6 maggio 1976 e lui non è a casa. È a Trieste e studia medicina. «L’idea di fare il dottore mi venne a 5 anni. Mi piacevano le scarpe di camoscio del medico condotto». Artegna, il suo paese, ai piedi del colle di San Martino, una scossa di 6,5 gradi di magnitudo, la più forte del dopoguerra, con epicentro proprio lì, al confine con Gemona, butta giù ogni cosa. Il bilancio nel Friuli Venezia Giulia è di 900 morti e 45mila senza tetto. «La casa di famiglia venuta giù con le luci che erano ancora accese. Si sono salvati per grazia ricevuta. Mia nonna si è ritrovata sotto una credenza con una trave che ballava sopra. Adesso dove c’erano le mura c’è un giardino pubblico». È dal terremoto che rinasce il modello Udine, dai giovani e anziani che si rimboccano le maniche e da una rivista che per due anni raccoglie intorno a sé chi ha voglia di ricominciare. «Si chiamava In vaite, in friulano significa all’erta, in guardia. Il direttore era Mauro Tosoni. Un mio amico qualche anno fa ha ritrovato tutti i numeri in una emeroteca. Sono stati due anni dove abbiamo dato voce alla forza di tanti friuliani». Tante cose vengono da quella esperienza di popolo che costruisce il futuro pietra su pietra, in silenzio, senza dimenticare mai le macerie, perché quelle ti segnano fino a che campi. «Sono figli di contadini che si sono improvvisati operai o impiegati, mio padre si ritrova a lavorare all’Enel, senza mai abbandonare veramente la terra e allevando
in piccole stalle due o tre mucche. È contento di un figlio dottore».
Il rianimatore si muove lungo una frontiera. «Sei sempre in lotta con la morte per salvare il paziente. Sei al suo servizio da quando nasce fino a quando muore, cercando di farlo soffrire il meno possibile». Non è facile scegliere quando dire basta. È per questo che bisogna segnare con chiarezza il confine, quella linea sottile che sta tra la terapia e l’accanimento terapeutico. Nessuno però può giudicare il dolore degli altri. «È soggettivo. È fisico e psicoemotivo. Non si calcola con una scala scientifica». Qui emerge il fastidio, e la rabbia, per quelli con il ditino alzato, con sempre una morale posticcia a portata di mano. Amato De Monte ha visto pazienti benedire e maledire la morfina. Non ha mai smesso di cercare nuove strade per alleviare il dolore. La battaglia è sempre quella, sperando nei tempi che verranno. «Stiamo guardando con attenzione alle terapie con l’ozono». L’ozono? «Sì, l’ozono. Il brevetto della prima macchina per generare ozono è di Nikola Tesla. I dentisti cominciano a usarlo nel 1922. Adesso c’è un nuovo interesse anche come terapia contro il dolore».
Ci pensa mai alla morte? «La mia? Certo». E ne ha paura? «Mi piacerebbe dire che siamo buoni amici, ma non è così. Siamo solo andati a braccetto per tutta la vita. Adesso mi viene in mente un mio paziente in terapia intensiva. Un giorno mi dice: Ho dato tutto, dottore. Non ho paura, mi dispiace solo per mia figlia. Il brutto è per chi resta. Io però non voglio abituarmi alla morte. Non voglio vivere con il suo fiato addosso. So che arriverà, ma voglio vivermi tutto fino in fondo. Mi piace troppo la vita e, davvero, mi rompe i coglioni lasciarla».
