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Bordin: “Ponti e freddo: perché correre a New York è come un film”

L’olimpionico di Seoul e i 42 km nella Grande Mela: “Per gli appassionati è la terra promessa. Ma i record si fanno altrove”

B come Bordin e Baldini. Se la sofferenza è d'oro

Cosa ci fa Gelindo Bordin a New York nel giorno della cinquantacinquesima maratona? Non è che per caso la corre?«No, no... Sono qui per lavoro e perché ogni anno gli organizzatori radunano per una serie di iniziative vincitori e campioni, quindi...».

Quindi ormai fa solo il manager, non corre più?

«Corricchio...».

Che per uno che ha vinto un’olimpiade significa?

«Significa che ora corro con gli amici ma non guardo più nè tempi né tabelle: non mi alleno più se intende quello...».

Allora non è poi così vero come ci raccontano che un maratoneta è per sempre. Basta con le maratone, fine della sofferenza?

«No, non è detto. Magari il prossimo anno ci riprovo. Mi piacerebbe fare quella di Bonn».Ok ma New York è un’altra cosa «Sì, ovvio, New York è un sogno, per tanti è quasi la terra promessa, soprattutto per gli italiani che qui, da anni, ormai sono, dopo gli Usa, la nazione più rappresentata. È una festa, c’è un clima incredibile in questi giorni».Lei l’ha corsa una volta sola nel 1988, arrivò terzo «Ma ero reduce da una polmonite...».

Mai più tornato?

«Tante volte, ma mai più per correrla».

Troppo dura?

«Diciamo difficile. Non è una maratona semplice: c’è parecchio dislivello, ci sono ponti, c’è vento, spesso fa freddo... E infatti qui non si viene per andare veloci o per fare il “tempo“. Chi va a caccia di primati va a correre da altre parti».

E allora perché vengono tutti qui?

«Perché ha un fascino enorme, è entrata ormai nell’immaginario collettivo, saranno i grattacieli, sarà la città, sembra di essere protagonisti di un film. Per molti venire qui a correre la maratona è il viaggio di una vita» Anni fa, quando lei si metteva al collo l’oro a Seoul, gli ori europei a Stoccarda e a Spalato e altro ancora, qualcuno diceva che vincere gli ori regalasse la gloria ma che una vittoria a New York cambiasse la vita. Vale anche oggi?«Oggi un po’ meno. Chiaro vincere qui è sempre prestigioso e redditizio ma ormai si consuma tutto più velocemente.Anche i campioni hanno una vita sportiva più breve. Oggi la differenza per un maratoneta la fa un oro olimpico o un mondiale in pista. Già un titolo europeo conta meno».

Non ci sono più le maratone di una volta?

«Cambia il mondo e sono cambiate le maratone. Ogni vent’anni il tempo in cui si chiude una maratona scende di 6 minuti e ormai siamo scesi sotto le due ore perchè oggi ci sono materiali, tessuti e calzature in carbonio che un tempo ci sognavamo. E poi sono cambiate le tecniche di allenamento, l’alimentazione, l’integrazione in corsa...».

Ai suoi tempi?

«Io durante la maratona di Seul ero terrorizzato dai controlli antidoping. Con i tecnici azzurri decidemmo anche di non usare le borracce sui tavoli dei rifornimenti per paura che qualcuno ci mettesse qualcosa dentro. Solo acqua da bottigliette sigillate. E c’era un’umidità assurda».Da Seul a Boston, un’altra vittoria come nessuno mai nello stesso anno.«Sì, nessun fino ad oggi ha mai vinto da campione olimpico anche la maratona di Boston».

Più bella Boston o New York?

«Diverse. New York è la maratona più famosa e ambita, la più conosciuta e quella che più di tutte racconta quell’America che dà a tutti una possibilità, Boston è la storia, è la cultura di questo sport».

Non è che dice così perché l’ha vinta?

«No, dico così perché ne sono innamorato».E infatti lì a correre ci è tornato.«Sì ci sono tornato da amatore, un po’ come un assassino torna sul luogo del delitto. È stato fantastico quando ho corso e l’ho vinta, è stato fantastico quando l’ho corsa in retrovia e la gente ai bordi della strada mi riconosceva e mi dava i tempi».

E a New York non succede?

«È un’altra storia».Però magari capiterà a Bonn l’anno prossimo...«Lì correrò con un gruppo di amici: come viene viene. Loro saranno felici perché quasi certamente finiranno davanti a un campione olimpico e io anche. Tanto non mi costa nulla».

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