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Attualità

Ha dato un futuro ai drogati. Morto don Mazzi, aveva 96 anni

Si è spento ieri pomeriggio nella sua cascina circondato dai ragazzi che gli sono rimasti accanto: “Non lasciatemi solo”, aveva chiesto dopo l’ultimo ricovero. Lunedì i funerali in Sant’Ambrogio

DON ANTONIO MAZZI
Don Antonio Mazzi durante la conferenza stampa nell'ambito della manifestazione velica solidale MareLibera, Livorno, 30 aprile 2013. ANSA/LARA GALLINA

Don Antonio Mazzi se ne è andato sereno, avvolto dall’amore dei suoi ragazzi, a 96 anni. Una bella età, eppure per tutti coloro che gli hanno voluto bene e che da lui hanno avuto la fortuna di imparare qualcosa, è troppo presto. Senza di lui siamo spaesati, siamo rimasti orfani di quella saggezza di cuore e di quella generosità di vedute che hanno disegnato tutta la sua vita.

Un prete di strada, come lo chiamavamo un po’ tutti, che ha camminato più di 40 anni in mezzo ai giovani, soprattutto i più disperati, i più problematici, i tossici e gli sbandati accogliendoli nella sua Casa al Parco Lambro di Milano senza giudicarli, ma offrendo a tutti un’occasione migliore, e il riscatto. «Non sono mai stato con persone normali», mi ha raccontato in quella che è stata la sua ultima intervista, «ho vissuto solo con balordi e mezzi matti, e ci ho guadagnato. Non l’ho voluto io, è stato uno degli imbrogli che il Padre Eterno mi ha fatto. Una fortuna. Per questo anche adesso che sono un vecchio non lascio questo lavoro del prete, perché mi sento ancora un ragazzo disobbediente anch’io».

Ho incontrato don Antonio Mazzi nella Cascina di Parco Lambro l’ultima volta in febbraio, proprio per Il Giornale. Avevo suggerito al direttore Cerno di fargli benedire per i lettori un’immagine di Francesco, il santo povero e ribelle, delle cui spoglie iniziava l’ostensione ad Assisi. Era una piccolissima «mission impossible», perché don Antonio non era un tipo da formalità e salamelecchi e non sapevo se avrebbe accettato di farsi riprendere in video. Invece, come sempre da quando l’ho conosciuto, trent’anni fa, mi ha accontentata. Seduto curvo e piccino alla scrivania zeppa di giornali che leggeva usando una lente di ingrandimento,

con il suo solito maglione blu, sembrava diventato più leggero: però poi alzava gli occhi sorridenti e c’era dentro quella luce birichina che non si è spenta mai. Quello spirito controcorrente con cui ha condotto i ragazzi della sua Fondazione Exodus, ormai migliaia, in porti sicuri, guariti da fallimenti e cadute.

Ho conosciuto don Antonio per lavoro e quando sono diventata direttore gli ho chiesto se voleva scrivere per il mio giornale, ogni settimana: ci è rimasto per quindici anni e cento volte ha avuto una parola o un pensiero che mi sono stati utili o di sostegno. Ha celebrato anche i funerali di mio zio Maurizio Mosca, mezzo matto come lui e altrettanto generoso. Ricordo che un giorno gli chiesi quando avesse avuto la vocazione di farsi prete. Mai, mi rispose, nessuna vocazione. E di fronte al mio stupore, aggiunse: «È la vita che mi ha portato fin qui e soprattutto la mancanza di un padre. Sono prete nel senso che provo un’infinita paternità verso gli altri. La stessa che Dio ha nei miei confronti».

Di tutto ciò che don Antonio mi ha raccontato nel tempo, voglio raccontare i suoi anni giovanili, quando aveva la stessa età dei ragazzi che ha poi salvato. Perché la sua scelta di vita iniziò allora, il giorno dell’alluvione del Polesine, nel 1951. Era nato povero, a Verona, e del suo amato Veneto conservava anche un lieve accento. In realtà, povero diventò a 13 mesi, quando il padre ferroviere morì e la mamma rimase vedova con lui e con un altro bambino in pancia. Non avvertì però mai i disagi della povertà, che per lui è stata una condizione normale, fino al suo ultimo giorno: crescendo, scontò invece terribilmente la mancanza del papà. Senza un uomo che portava a casa uno stipendio, per continuare a studiare dopo le elementari, finì dai preti, accolto da don Calabria, che poi sarebbe diventato santo.

Era indisciplinato, disobbediente, una testa calda come si diceva allora: veniva bocciato in condotta ma promosso agli esami. In seminario entrò ancora per permettersi il liceo, ma poi? Il sacerdote no, non se ne parlava. Si improvvisò educatore in una struttura per ragazzi poveri messa su in quattro e quattr’otto sempre da don Calabria, ma non fece in tempo a iniziare il lavoro che la catastrofica inondazione delle acque del Po trasformò il centro in un ricovero per gli sfollati. Soprattutto bambini e ragazzi senza più nulla, orfani, disgraziati. Fu la rabbia di fronte a tanta ingiustizia ad accendere il cuore di Antonio: per loro sarebbe diventato un papà, li avrebbe accuditi, confortati, amati. E per fare il padre doveva diventare Padre, appunto, cioè un prete. «Non ho affinità spirituali con san Francesco», mi disse durante il nostro ultimo incontro, «con lui ho affinità caratteriali. Prima che uomo di Chiesa, Francesco era un uomo, era stato in battaglia, era un iracondo, aveva un carattere ruvido. Ecco, anch’io ho avuto momenti di rabbia e sono un caratteriale, non mi sono mai pensato un buono, ma sono lo stesso capace di amare e dare tutto me stesso». Non era tanto disposto a morire, don Antonio, «perché ho ancora parecchio da fare quaggiù», mi disse sorridendo. Ma era preparato: «So cosa aspettarmi dopo la morte», ha scritto nella sua autobiografia Saggezza e Follia (edizioni Piemme), che quel giorno mi ha regalato insieme ad altri cinque libri scritti da lui. «Niente di diverso da ciò che conosco e vivo: l’incontro con il Padre, la pienezza del suo abbraccio, per me e per tutti».

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