Verrebbe da pensare che gli incendi che stanno infiammando le località più belle del Mediterraneo simboleggino una vendetta compensativa per chi su quelle coste non ci può andare. Le immagini dei turisti terrorizzati portati via in barca da spiagge lambite dalle fiamme compromettono anche una delle teorie più popolari: quella che il cambiamento climatico sia profondamente classista. Indiscutibile che le ondate di calore possano colpire più duramente chi in casa ha solo un ventilatore anziché l’aria condizionata, o un operaio addetto a rifare l’asfalto rispetto a un notaio con studio
pressurizzato, però l’emergenza fuochi sembra aver ristabilito una forma di giustizia sociale. Le località colpite evocano vacanze da sogno: la Provenza, la Costa Azzurra, e poi Creta, Paros e Lesbo, Antalya, la Sardegna, e i numeri degli evacuati sono impressionanti. I media somministrano dirette sullo scenario di fumi e fiamme e interviste agli sventurati villeggianti scampati all’incendio. C’è quello che ce l’ha fatta per un pelo che stava dormicchiando e non si era accorto di niente e poi si è gettato in acqua ma le fiamme lo abbrancavano fin lì, ci sono quelli che si sono aggrappati a un gommone e son scappati via come migranti in fuga, «è un’apocalisse! Qualcosa di mai visto!». Poveretti, pensano quelli seminudi di fronte al ronzio delle pale del
ventilatore dall’inatteso consolante buio del tinello. E una schadenfreude (gioia maligna) strisciante, quel sottile infido piacere che scaturisce di fronte alle sfortune altrui li rincuora un po’ rendendo meno tedioso il cigolio del movimento rotante del ventilatore a colonna. Quando poi giunge notizia che i Clooney George-Amal e i gemellini son stati evacuati anche loro, la forza purificante del biblico «fuoco salvifico» è riuscita ad ardere le disuguaglianze. Il cigolio invece persiste.
