«Sul numero di persone che rinuncerebbero alle cure nel nostro Paese nutro diverse perplessità». Luciano Ciocchetti (FdI), vicepresidente della Commissione Affari sociali della Camera, apre così il confronto al Cnpr forum Cure sanitarie ad ostacoli tra liste d’attesa e carenza di medici, promosso dalla Cassa di previdenza dei ragionieri e degli esperti contabili, presieduta da Luigi Pagliuca.
Il dibattito mette al centro la sostenibilità del Servizio sanitario nazionale: risorse pubbliche, costo del personale, efficienza e crescente ricorso al privato.
Ciocchetti contesta le stime della Fondazione Gimbe sulla rinuncia alle cure e richiama i dati sulle prestazioni consultabili sul portale Agenas. Secondo il deputato, nel primo semestre 2026 le prestazioni sarebbero salite da 13 a 14 milioni rispetto allo stesso periodo del 2025. «Parliamo di questo, non dei numeri fantomatici», sostiene. Un aumento dei servizi erogati, tuttavia, non misura da solo la capacità di soddisfare i bisogni di chi resta in attesa.
Secondo Ylenia Zambito (PD), il nodo è l’accessibilità economica e territoriale. «Il diritto alla cura lo si ha solo se si dispone di risorse economiche, se si vive nelle regioni dove la sanità funziona meglio e non nelle aree interne», denuncia.
La parlamentare indica nelle lunghe attese e nell’impossibilità di pagare le prestazioni private le principali ragioni delle rinunce. Sottolinea inoltre l’insufficienza delle risorse e la carenza di personale, aggravata dai trasferimenti all’estero o verso strutture private. Burnout e aggressioni rendono ancora meno attrattivo il lavoro nel pubblico.
Fabrizio Sala, deputato di Forza Italia, difende invece la capacità del Ssn di garantire cure gratuite, pur riconoscendo la necessità di nuovi investimenti. «Dobbiamo investire nel capitale umano della sanità», afferma, indicando negli aumenti retributivi e nei percorsi di carriera strumenti per trattenere medici e infermieri. Le priorità sono medicina territoriale, riduzione delle attese e contrasto agli sprechi. Per Sala, una gestione regionale più efficiente può contribuire a contenere le differenze nell’offerta sanitaria.
Luana Zanella (AVS) descrive un sistema «quasi al collasso» e mette in guardia dalla crescente privatizzazione. Il ricorso al privato convenzionato e alle prestazioni interamente a pagamento, osserva, apre spazi a imprese e fondi internazionali, mentre il pubblico perde professionisti per stipendi bassi e carichi insostenibili. Nei settori meno attrattivi, la mancanza di ricambio alimenta il ricorso a cooperative e sanitari a gettone. «Servono investimenti adeguati e provvedimenti più incisivi», conclude.
Dalle posizioni contrapposte emerge una questione economica comune: rafforzare il servizio pubblico richiede finanziamenti, ma anche capacità organizzativa. La sfida è trasformare la spesa in prestazioni tempestive, evitando che attese e divari territoriali trasferiscano sulle famiglie un costo crescente e nuove barriere alle cure.
Il tema riguarda anche i bilanci domestici: quando il pubblico non risponde in tempo, pagare visite può comprimere altre spese essenziali, accentuando la distanza tra chi può curarsi e chi rinuncia.
