Un lampeggiante blu che fende il buio della notte bresciana, la messinscena per simulare un controllo di polizia e la pressione dell’intimidazione. Un blitz ai danni di Aurora Vena, inviata di Raidue per la trasmissione Filo Rosso condotta da Antonino Monteleone. Un episodio inquietante che pone l’ipotesi di una scorta islamica a protezione di Youssef Siher e della sua famiglia, il trentenne marocchino finito nel mirino della Sezione Antiterrorismo della Procura di Milano con accuse pesantissime: istigazione a delinquere con finalità di terrorismo e violenza organizzata. Come emerge dall’esposto alla Digos di Brescia, i fatti risalgono alla sera di domenica. Intorno alle 22.00, la cronista è appostata a Mazzano a pochi passi dall’abitazione di Youssef Siher, nella speranza di intercettarlo per un’intervista.
All’improvviso spunta una berlina scura, di cui non si riesce a scorgere la targa. Il conducente compie un’inversione di marcia provenendo proprio dalla casa del sospettato e, verso le 22.50, inchioda con il muso puntato dritto contro la portiera lato guida dell’auto della reporter, lasciando accesi fari e motore.
Sul cruscotto si accende una barra d’illuminazione blu lampeggiante, come quelle in dotazione alle auto civetta delle forze dell’ordine.
Dall’abitacolo scende un uomo alto circa un metro e 85, corporatura robusta, carnagione scura e pizzetto, con cadenza araba. Non mostra distintivi, non pronuncia una qualifica, ma avanza con piglio perentorio: «Stai aspettando qualcuno?». Alla risposta fredda della giornalista, che taglia corto dicendo che se ne sarebbe andata, l’uomo incalza con fare inquisitorio: «Stai aspettando qualcuno, è un po’ che sei qui». La reporter replica di essere al telefono, ma l’altro insiste: «Come mai sei qui, in macchina?».
Un vero e proprio interrogatorio arbitrario, chiuso solo quando lo sconosciuto risale a bordo per dileguarsi. Una manovra intimidatoria formalizzata nell’esposto in cui la cronista chiede accertamenti immediati, riservandosi di trasformare l’atto in una querela vera e propria. L’episodio non è che l’ultimo tassello di un muro protettivo ben collaudato. Già dal pomeriggio, attorno alla casa dove abita la madre di Youssef si era registrato un via vai di conoscenti e parenti. Alle 17 era rientrato il fratello Mohamad, scortato da un uomo e una donna; un’ora più tardi, scendendo in strada con altro fratello, aveva cercato di allontanare in malo modo la troupe. Un ruolo, quello di Mohamad come guardaspalle, già emerso con chiarezza venerdì scorso a Brescia, a margine del corteo anarchico e antagonista sfociato in scontri aperti con le forze dell’ordine.
In quell’occasione avevamo intercettato Youssef Siher mentre tentava la fuga, dopo essere stato scoperto da Il Giornale. Prima della partenza del corteo, avevamo scoperto che l’indagato si era recato in un negozio di telefonia per aggirare il blocco degli inquirenti, comprando una nuova SIM della Wind. Messo alle strette dal nostro inseguimento, Siher si era barricato all’interno del locale: un frangente in cui avevamo immortalato il fratello mentre gli passava di nascosto due cellulari. Dispositivi usati dal presunto estremista per oltre venti minuti di chiamate prima di svanire nel caos della piazza.
