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Attualità

Record minimo di figli: il metodo di Tokyo

In Italia crollo della natalità a 1,14. Per favorire le nascite il governo giapponese ha aperto un’app di incontri con l’Ia: 265 matrimoni

Culle vuote I bimbi nati in Italia nel 2025 sono 335mila, il 62% delle donne rinuncia a fare figli per difficoltà lavorative. Roccella: «Per troppi anni il problema è stato sottovalutato»

A Tokyo esiste un funzionario pubblico assunto per combattere il crollo demografico. Gestisce un algoritmo di compatibilità di coppia e legge i curricula sentimentali: per ora di sedicimila single. L’app si chiama Tokyo Enmusubi, l’ha lanciata il governo nel settembre 2024, e finora ha messo a segno 265 matrimoni. Non è un dato che cambia le sorti del Giappone. È un dato che dice qualcosa di più scomodo: quando lo Stato smette di limitarsi a incentivare e prova a organizzare, un risultato, seppur piccolo, arriva.

Il meccanismo, in sé, non ha nulla di romantico. Per iscriversi bisogna dimostrare di essere legalmente single, superare un colloquio online e passare altri filtri pensati apposta per tenere fuori i «perditempo». Su 36mila domande, ne sono state accettate 16mila: più della metà scartata prima ancora di iniziare. L’input che ha spinto il Comune a costruire questo apparato non era l’assenza di desiderio di sposarsi, ma un dato quasi paradossale: circa il 70% dei giapponesi che dicevano di volersi sposare non stava facendo nulla per trovare qualcuno. Non pigrizia sentimentale piuttosto l’effetto di giornate di lavoro che non lasciano tempo per cercare occasioni di incontro. E il principe azzurro non bussa alla porta, nemmeno in Giappone. Di quei 16mila iscritti, oggi 760 coppie sono in quella che i documenti ufficiali definiscono «relazione seria» e 265 sono arrivate all’altare. Rispetto ai circa 500mila matrimoni che si celebrano ogni anno in Giappone, è un numero irrisorio. Ma il governo di Tokyo lo tratta come un prototipo funzionante: punta a 50mila iscritti entro il 2027 e ha già annunciato eventi dal vivo e intese con le aziende per orari più flessibili, nel tentativo di trasformare l’incontro digitale in qualcosa di più. Tutto questo mentre i numeri di fondo restano durissimi: nel 2025 in Giappone sono nati solo 671.236 bambini da cittadini giapponesi, nuovo minimo storico.

L’Italia ha lo stesso numero, e nessuna app governativa. Il numero di figli per coppia è a 1,14 e perchè il tasso di sostituzione rimanga stabile occorrerebbe arrivare a 2. Le nascite si sono fermate a 355mila: il dato più basso dal secondo dopoguerra. Il «Dossier Natalità 2026: Volere o Potere», curato dalla Fondazione per la Natalità con Istat, smentisce però la lettura più comoda quella per cui gli italiani, semplicemente, i figli non li vogliono più. Solo il 5,5% di chi non ha figli dichiara che la genitorialità non rientra nei propri piani. Il 62,2% parla invece di «rinuncia forzata», per ostacoli economici, lavorativi o sociali. E se le intenzioni dichiarate dalle donne italiane si fossero realizzate, nel 2025 le nascite sarebbero state circa 760mila: il doppio di quelle effettive.

I motivi della rinuncia hanno nomi precisi: quasi una donna su due (49,9%, contro il 24% degli uomini) teme ripercussioni sulla carriera in caso di maternità; oltre 3 milioni di donne risultano inattive per motivi familiari, contro appena 151mila uomini; 763mila persone rimandano un figlio perché già impegnate ad accudire genitori anziani. A fronte delle 355mila nascite, nel 2025 in Italia si sono registrati 652 mila decessi: un saldo negativo di 297mila persone. «Negli anni Novanta - interviene il ministro per la Famiglia, Eugenia Roccella - il calo di natalità in Italia era già ben visibile ma, con una media di 1,19 figli per donna, simile a quella attuale: nascevano oltre 150mila bambini in più rispetto a oggi. Questo male viene da lontano, ma per troppo tempo non è stato riconosciuto. Anzi, la sinistra per tanto tempo ha penalizzato la famiglia e ha ignorato il problema del calo demografico. La denatalità è una sorta di malattia del benessere, che esplode di pari passo con lo sviluppo economico. Servono importanti politiche strutturali che abbiamo messo in campo in un’ottica che favorisca l’accoglienza della genitorialità in una società fortemente cambiata».

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