C’è una coincidenza che vale la pena segnalare, prima di parlare di motori e di storia. Palazzo Piacentini, dove dal 25 maggio è allestita la mostra dedicata alla 1000 Miglia, è opera di Marcello Piacentini. Lo stesso architetto che progettò la piazza della Vittoria a Brescia, dove da quasi un secolo le vetture iscritte alla corsa si fermano per la punzonatura prima della partenza. Non è una curiosità marginale. È un filo rosso architettonico che unisce la sede del Ministero delle Imprese e del Made in Italy alla città della Freccia Rossa, come se i due luoghi si riconoscessero da lontano.
La mostra si intitola «Le 1000 Miglia d’Italia. La costruzione di un’eccellenza nazionale dal 1927», ed è visitabile fino al 13 giugno nei fine settimana e nei giorni festivi, ingresso libero. L’11 giugno, giorno in cui le vetture della quarantaquattresima rievocazione arriveranno a Roma in Via Veneto, Palazzo Piacentini resterà aperto fino a mezzanotte. Non è un dettaglio di calendario. È il modo in cui questa manifestazione intende se stessa: non un evento separato dalla corsa, ma parte dello stesso racconto.
Tenere questa mostra dentro il Mimit ha un significato preciso. È il riconoscimento che la 1000 Miglia non è mai stata soltanto uno sport. È stata un laboratorio industriale a cielo aperto, un banco di prova che per trent’anni ha spinto le officine italiane a fare meglio, più in fretta, con meno. Enzo Ferrari lo disse senza retorica: la 1000 Miglia ha insegnato agli italiani a fare le automobili.
Tutto cominciò il 26 marzo 1927, quando quattro bresciani diedero il via alla prima Coppa delle 1000 Miglia. Partenza e arrivo a Brescia, giro di boa a Roma, strade aperte al traffico. Prima delle autostrade, prima della televisione, la corsa univa il Paese in un rito collettivo che durava meno di ventiquattr’ore ma lasciava il segno per tutto l’anno.
L’anno che conta di più, nella memoria collettiva, è il 1947. L’Italia era uscita dalla guerra con le strade distrutte. Eppure la 1000 Miglia tornò, e Clemente Biondetti la vinse sotto la pioggia a 113 chilometri orari di media. Quell’edizione fu chiamata la «1000 Miglia della ricostruzione». Non perché qualcuno avesse deciso di darle quel nome, ma perché nessun altro sembrava adeguato.
Otto anni dopo arrivò il momento che nessuno ha più dimenticato. Nel 1955 Stirling Moss, navigato da Denis Jenkinson su una Mercedes-Benz 300 SLR, coprì i 1.600 chilometri in 10 ore, 7 minuti e 48 secondi. Media: 157,650 chilometri orari. Un record che non è stato più battuto, perché due anni dopo la corsa di velocità finì. La tragedia di Guidizzolo nel 1957 impose la fine delle competizioni su strade aperte. Fine di un’epoca. Non della 1000 Miglia.
Nel 1977 la Freccia Rossa tornò come gara di regolarità, e quello che sembrava un ridimensionamento si rivelò una trasformazione. Dal 1987 la rievocazione divenne appuntamento fisso annuale: oggi è uno degli eventi più seguiti al mondo tra gli appassionati di automobilismo storico, con equipaggi che arrivano da ogni continente. Non vengono solo per gareggiare. Vengono per stare dentro qualcosa che fuori dall’Italia non esiste: paesaggio, storia, manifattura e stile di vita tenuti insieme dalla stessa corsa. Nel tempo la Freccia Rossa è diventata uno degli strumenti più efficaci di promozione del Made in Italy nel mondo.
La mostra racconta questo arco di quasi cent’anni in due sezioni. «Sulle strade d’Italia» è un’immersione nel dinamismo della gara. «Nel cuore del tempo» è più raccolta: teche minimaliste custodiscono medaglie, coppe, fotografie, documenti. Disposti come si dispongono le prove di un ragionamento. La storia, infatti, non è un deposito statico: è una forza che parla al presente.
La corsa parte il 9 giugno da Brescia, con soste a Padova, Montecatini Terme, Roma e Rimini, lungo un percorso a forma di otto con incrocio a Ferrara, per tornare a Brescia il 13 giugno. L’11 le vetture arriveranno in Via Veneto. Quel giorno la mostra resterà aperta fino a mezzanotte.