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Il Dl energia agita le utility. Messo in forse il modello delle concessioni lombarde

La misura va a comprimere il prezzo all’ingrosso. E mette a rischio l’intesa del presidente Fontana

Il Dl energia agita le utility. Messo in forse il modello delle concessioni lombarde
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Il Decreto Energia spaventa il mercato dei produttori e delle utility, da Enel ad A2a passando per Edison, Iren, Erg. E «rompe le uova nel paniere» alla ricetta lombarda messa a punto per risolvere il nodo delle concessioni e degli alti prezzi dell’elettricità. Un tavolo in corso da luglio grazie al quale Regione Lombardia, Confindustria e i rappresentanti delle imprese (A2a ed Edison in particolare) hanno definito i dettagli di una proposta che prevede la cessione del 15% della produzione idroelettrica a prezzo calmierato a favore delle imprese energivore ubicate nelle regioni dove sono presenti gli impianti.
Al tavolo che si è tenuto a Palazzo Lombardia, alla presenza del presidente della regione Attilio Fontana, c’erano anche gli amministratori delegati di Edison Nicola Monti e di A2a Renato Mazzoncini, le principali aziende produttrici di energia idroelettrica con concessioni già scadute. Proprio alcune delle aziende su cui pende come una spada di Damocle il decreto che mercoledì andrà all’esame del Consiglio dei ministri con misure tra i 2,5 e i 3 miliardi di euro.
La bozza al momento prevede nel 2026, per le famiglie che già percepiscono il bonus sociale, un contributo straordinario di 90 euro.
Inoltre, per il prossimo biennio i venditori di energia elettrica potranno riconoscere uno sconto ai clienti domestici residenti, ma non beneficiari del bonus sociale e con Isee non superiore a 25 mila euro, entro soglie di consumo pari a 0,5 Mwh nel bimestre e 3 Mwh nei dodici mesi precedenti; il contributo è applicato direttamente in fattura.
Il Governo sta poi valutando disposizioni per intervenire sul «meccanismo di formazione del prezzo sul mercato all’ingrosso» (prezzo marginale): ovvero il sistema attuale in cui il prezzo dell’elettricità all’ingrosso viene fissato sulla base dell’offerta più costosa necessaria a soddisfare la domanda, con l’obiettivo di ridurre il legame diretto tra prezzi elettrici e costi del gas e di sterilizzare alcuni differenziali di costo (come quello tra i prezzi del gas europei e quelli italiani che ammonta a 30 euro a megawattora), oltre ad eliminare la componente Ets (costi delle emissioni di CO2) dal calcolo del prezzo della generazione termoelettrica.
In pratica, si introducono misure che possano incidere sulla determinazione del prezzo all’ingrosso — ad esempio intervenendo sulle componenti di costo che contribuiscono al prezzo o promuovendo strumenti alternativi di stabilizzazione. ll meccanismo è considerato potenzialmente negativo per le aziende energetiche perché interviene sul meccanismo di formazione del prezzo all’ingrosso, da cui derivano di fatto i margini. Nel sistema attuale, il prezzo dell’energia è fissato dall’impianto più costoso necessario a soddisfare la domanda (per lo più centrali a gas).
Questo significa che impianti con costi più bassi (come quelli rinnovabili o idroelettrici) vengono comunque pagati al prezzo più alto determinato dal gas e, se il decreto limita o modifica questo meccanismo, si riduce il prezzo riconosciuto agli impianti con costi bassi e si comprimono i margini degli operatori con forte presenza rinnovabile. Guardando alle singole società, le aziende più coinvolte sono quindi i produttori esposti alla generazione rinnovabile. La sensibilità a una variazione di 10 euro per megawattora del prezzo dell’elettricità peserà sui margini: «circa -2% sul margine operativo lordo per Erg, tra -1% e -2% per A2a, intorno a -1% per Iren e inferiore all’1% per Enel limitatamente alla parte italiana», spiega Equita in un report.

Da qui a mercoledì qualche dettaglio potrebbe ancora cambiare, ma di fatto il mercato si è già espresso. Questa settimana A2a ha lasciato sul terreno il 2,99%, Enel il 3,26%, Iren l’1,79%, Edison il 2,27%, Erg il 3,88 per cento.

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