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Ex Ilva allo Stato paradosso italiano

La magistratura ha agito spesso come se produzione industriale e tutela ambientale fossero obiettivi incompatibili. La politica ha utilizzato Taranto come terreno di propaganda elettorale

Ex Ilva allo Stato paradosso italiano

Se le indiscrezioni di queste ore fossero confermate e l'ex Ilva si avviasse verso una forma di gestione a controllo pubblico, magari affiancata da partner industriali privati, ci troveremmo davanti a un paradosso tutto italiano. Dopo anni trascorsi a inseguire il mercato, le gare internazionali, le manifestazioni di interesse, le cordate e i salvatori stranieri, lo Stato finirebbe per fare ciò che avrebbe potuto fare molto tempo fa: assumersi la responsabilità di garantire la sopravvivenza di un asset strategico nazionale. Una conclusione che, per chi crede nell'economia di mercato, non può essere motivo di entusiasmo. La statalizzazione resta quasi sempre la certificazione di un fallimento. Ma a Taranto il fallimento è già avvenuto. E fingere il contrario significa continuare a mentire.

Per comprenderlo bisogna avere il coraggio di tornare all'origine della vicenda. L'Italia aveva un gruppo privato, la famiglia Riva, che produceva acciaio, esportava, investiva e garantiva occupazione. Certo, esistevano problemi ambientali gravi che andavano affrontati e risolti. Ma un conto è imporre risanamenti, prescrizioni e investimenti. Altro conto è distruggere il soggetto industriale che quei problemi avrebbe dovuto correggere. Si è scelta la seconda strada. Si è trasformata la più grande acciaieria europea in un campo di battaglia giudiziario, politico e ideologico. Si è sequestrato, commissariato, espropriato di fatto, processato e infine smantellato un sistema industriale senza avere in tasca un'alternativa credibile. È da quel momento che inizia il declino. Ed è una pagina che ancora oggi grida vendetta per superficialità, presunzione e irresponsabilità.

Da allora si è assistito a una lunga sequenza di errori. La magistratura ha agito spesso come se produzione industriale e tutela ambientale fossero obiettivi incompatibili. La politica ha utilizzato Taranto come terreno di propaganda elettorale. Gli enti locali hanno alternato veti, ricorsi e dichiarazioni bellicose senza mai indicare una soluzione praticabile. I sindacati hanno chiesto garanzie occupazionali, evitando però di confrontarsi con la realtà economica di un impianto sempre meno competitivo. E il governo, qualunque fosse il colore politico, ha continuato a rinviare il momento della verità.

L'ultimo capitolo è forse il più desolante. Per mesi è stata raccontata la favola della gara internazionale. Prima Baku Steel, poi Jindal, poi Flacks. Ogni volta sembrava arrivato il salvatore. Ogni volta la soluzione sfumava. Nel frattempo, l'azienda perdeva valore, la produzione precipitava sotto i due milioni di tonnellate (contro i dieci milioni di un tempo), gli impianti si deterioravano e lo Stato continuava a versare denaro pubblico. Ottanta milioni al mese. Ottanta milioni. Una cifra che basterebbe da sola a raccontare l'assurdità della situazione. E oggi, dopo avere consumato centinaia di milioni dei contribuenti, si scopre che forse l'unica strada rimasta è quella di una presenza pubblica più forte. Una conclusione che poteva essere raggiunta un anno fa. Forse due.

La posizione del ministro Adolfo Urso merita una riflessione a parte. Sostenere che le decisioni spettano integralmente ai commissari è formalmente corretto ma politicamente insostenibile. Nessuno può credere che il governo sia stato un semplice osservatore della più importante crisi industriale italiana. Se i commissari hanno agito da soli, allora la politica ha rinunciato al proprio ruolo. Se invece la politica ha indirizzato le scelte, come appare evidente, allora deve assumersene la responsabilità. Non esiste una terza possibilità. Scaricare il peso delle decisioni sui tecnici è una pratica antica della politica italiana. Ma resta una pratica vigliacca.

A questo punto, però, il dibattito ideologico interessa poco. Chi scrive continua a ritenere che lo Stato imprenditore sia quasi sempre una soluzione peggiore del mercato. La storia economica italiana offre sufficienti esempi per diffidarne. Ma il punto è che a Taranto il mercato è stato allontanato, scoraggiato e infine distrutto dalle stesse istituzioni che oggi fingono di cercarlo. Dopo avere demolito la gestione Riva, dopo avere bruciato anni, miliardi e credibilità internazionale, dopo avere trasformato l'ex Ilva in un laboratorio permanente di indecisione, le alternative reali paiono poche. Forse nessuna.

Ed è proprio qui che emerge la responsabilità più grave. Non quella di scegliere oggi una soluzione pubblica. Ma quella di aver costretto il Paese a scegliere una soluzione pubblica dopo aver distrutto tutte le altre. Se davvero si arriverà a una semi-nazionalizzazione, non sarà la vittoria dello Stato. Sarà il certificato di fallimento di una classe dirigente che per tredici anni ha preferito inseguire l'ideologia, il consenso e il rinvio invece della realtà.

E la realtà, come sempre, presenta il conto, in questo caso sotto forma di miliardi bruciati, produzione perduta e sovranità industriale compromessa. Dopo aver cacciato il mercato, umiliato l'impresa e inseguito ogni illusione possibile, lo Stato torna proprietario dell'acciaieria. Più che una soluzione, una confessione.

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