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Aziende

L’ex-Ilva rischia di chiudere entro tre mesi

I giudici di Milano ordinano lo stop dell’area a caldo dell’acciaieria. In bilico 8mila lavoratori, oggi l’incontro con i sindacati

 Ilva, torna in campo lo Stato azionista

La bomba sociale è scoppiata all’ex Ilva di Taranto con un giorno d’anticipo. E il «mandante» è la Corte d’appello di Milano che - alla vigilia dell’incontro clou con i sindacati che questa mattina andrà in scena a Palazzo Chigi - ha stabilito che l’area a caldo del siderurgico (quella che produce acciaio con gli altoforni) deve chiudere entro 90 giorni.

Una decisione irreversibile - definita «giustizia ad orologeria» dal sentore Matteo Gelmetti (Fi) - che anche il Governo ha dovuto accogliere con rassegnazione e con una constatazione che sarà probabilmente esplicitata oggi ai sindacati: i tre quarti della forza lavoro (8mila persone) salta. Almeno a bocce ferme e acquisendo passivamente gli effetti della decisione del tribunale che nasce dal reclamo presentato dall’associazione Genitori Tarantini (e dalla Regione Puglia) contro Ilva spa in amministrazione straordinaria e Acciaierie d’Italia.

Il procedimento era stato avviato per ottenere l’inibitoria dell’esercizio degli impianti in relazione ai possibili rischi provocati dalle emissioni e dalla presenza di amianto. E secondo quanto disposto dai giudici, la produzione potrà ripartire soltanto dopo la rimozione dell’amianto ancora presente e l’adozione degli interventi necessari a riportare le emissioni di polveri sottili entro livelli considerati sicuri: due condizioni impossibili per i tempi lunghi che prevederebbero, i costi e una sostanziale mancanza di tecnologia sugli attuali impianti. In soldoni, non c’è via d’uscita: gli impianti devono chiudere perché nel reclamo presentato dai cittadini si evidenziava che l’amianto rappresenta «l’unica causa nota che provoca il tumore maligno alla pleura». Secondo quanto riportato nell’atto, questa patologia si manifesterebbe nella popolazione di Taranto e Statte con un’incidenza 4 volte superiore rispetto a quella attesa.

Un altro punto centrale dell’ordinanza riguarda le polveri sottili. Secondo la Corte, il costante superamento dei limiti di emissione renderebbe necessario modificare l’attuale modello produttivo. I giudici collegano inoltre i piani di decarbonizzazione allo studio come una conferma della insostenibilità dell’attuale ciclo produttivo.

A Taranto non si può più produrre acciaio, «che sia un privato a farlo o il pubblico» ha sottolineato il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti dopo il vertice di Governo sul tema. Un chiaro messaggio a chi volesse chiamare in causa la nazionalizzazione del siderurgico.

Il ministro ha anche spiegato che la sentenza cambia il quadro della vendita (a Jindal, ndr) che sarebbe stata ufficializzata oggi ai sindacati, ma tira dritto sull’obiettivo: sul mercato andrà l’area a freddo, i laminatoi. A chi e quando è ancora da capire. Ma con molta probabilità, secondo quanto risulta al Giornale, il bando di gara dovrà essere riscritto rapidamente per poter arginare, con la vendita a un soggetto che metta in campo un piano b per l’area a freddo, l’emorragia di occupati.

Un tema che sarà oggi al centro del caldissimo tavolo sindacale che mai come prima si gioca il destino dei 10mila occupati ex Ilva e che potrà incassare un’unica notizia positiva: l’ok del governo a una ulteriore tranche del prestito ponte che garantisce (per ora) quel poco di continuità operativa che esiste ancora a Taranto.

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