Bankitalia, il rito sacro con obbligo di presenza

Peggio di così non poteva capitare. Già di per sé il 31 maggio minaccia da sempre le ambizioni dei tanti iscritti al genio pontieri. Due giorni dopo, il 2 giugno, è festa nazionale ed è un attimo farsi 3-4 giorni di vacanza attaccandoci il week-end. Quest’anno il 31 cade addirittura di lunedì e devasta un potenziale super-ponte. Ma tant’è: l’assemblea della Banca d’Italia è il rito più sacro tra le italiche assisi, chi non si presenta deve avere una gran buona giustificazione. Come Corrado Passera, numero uno della banca italiana numero uno, che quest’anno è in Cina con la missione italiana di governo. L’ha scampata. Insieme a pochi altri, vedremo domani. Per i rimanenti il rito delle Considerazioni Finali lette dal Governatore è lì che attende di essere officiato a dovere.
Bollino rosso e bollino blu, tanto per iniziare: degli oltre mille invitati tra banchieri, assicuratori, i loro grandi azionisti, imprenditori, deputati, vecchi amici, grandi «ex», grandi vecchi, portavoce, portaborse e la stampa, sono ammessi nel salone d’onore solo quelli che ricevono il blu. Impegnativo e selettivo. In tutti i sensi: il numero dei presenti si è moltiplicato nel tempo e con questo si è ridotto lo spazio vitale. Per cui i «più grandi», come Profumo, Ponzellini o Saviotti penano assai nel comprimere i loro oltre 185 centimetri senza infilare le ginocchia nella schiena di un amico. Palenzona soffre in silenzio con loro. E la temperatura non aiuta. Il bollino rosso, invece, è meno prestigioso. Ma le sale laterali con i grandi schermi, quelle presidiate dai funzionari della banca e dove si incontrano anche i giornalisti, sono almeno più divertenti. Acidi i commenti, pronta la battuta.
Il governatore Mario Draghi (che leggerà domani per la quinta volta le sue Considerazioni Finali) come noto, conta dentro e fuori il palazzo amici e nemici. Ma tutti sono concordi nell’apprezzare quelle 2-3 novità che hanno reso l’appuntamento delle Considerazioni meno ostico rispetto alle precedenti gestioni. Intanto il suo discorso dura mezzora di meno di quelli che leggeva Antonio Fazio. E non senza un po’ di suspense, perché al testo distribuito in sala ormai si sa che Draghi non fa mancare un paio di aggiunte «a braccio», di cui poi dissertare. In compenso ha sollevato i presenti dall’incubo della parola misteriosa. L’era Fazio, 12 anni dal ’93 al 2005, aveva costretto i più a tenersi in contatto via sms con un impiegato che restava a casa munito di cellulare e dizionario. Viceversa era impossibile sapere che diavolo avesse voluto dire il governatore filosofo con la «parresia» del ’99, piuttosto che la «metanoia» del 2002.
Ma alla fine quello che conta resta ciò che il Governatore dice. Quello che dirà nelle sue Considerazioni Finali. Che neppure il pragmatico Draghi è riuscito a ripulire del tutto dalla retorica delle dichiarazioni di principio. Va detto che il suo mandato, iniziato nel 2005 e a termine nel ’12, finora non è stato fortunato: si è beccato tutta la crisi, dall’inizio, alla fine che ancora non c’è. Per questo fare previsioni si è rivelato terreno scivoloso. Così, nel 2006, un anno prima della crisi, il banchiere Draghi accennava allo «scarso peso degli investitori istituzionali» sul mercato, garantendo «la massima autonomia operativa dei fondi speculativi». Proprio alcuni di quei soggetti al centro della odierna bufera finanziaria. D’altra parte la coerenza di un banchiere da sempre vicino al mercato e alla grande finanza non viene meno nemmeno nel 2007 quando, a pochi mesi dallo scoppio della bolla, Draghi legge che «la finanza ha dato un contributo fondamentale alla crescita economica degli ultimi anni». Compresi i prodotti derivati, «il cui valore nozionale è 10 volte superiore il prodotto mondiale» e che «consentendo di scomporre e valutare il rischio di credito... contribuiscono a innalzare la produttività del sistema finanziario». L’anno scorso, infine, Draghi registrava che «le tensioni sui mercati finanziari si sono allentate, le quotazioni di Borsa risollevate: sono segnali incoraggianti». Imputando i risultati sia all’azione delle Banche centrali, sia a quella del Fondo monetario. Le cose non sono andate poi esattamente così. E forse nessuno lo poteva prevedere.
Allora il momento critico giustifica la grande attesa per il Draghi di domani. Ma forse più per il rito che per l’oracolo.

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