Cristina Calori (nella foto sotto) è una persona speciale. Per prima cosa ha costruito un piccolo impero senza montarsi la testa ma, anzi, restando simpatica e cordiale come di solito succede a chi nasce e vive a Bologna. Incontrarla ti fa capire che esiste una grande differenza tra prenditori e imprenditori. Il generale De Gaulle amava dire: vive la difference.
Come ha iniziato il suo lavoro?
"Mio padre era imprenditore in vari settori tra cui la sanità. Un giorno un signore viene nei suoi uffici e davanti a me gli dice: Ci sono dei prodotti interessanti da importare dagli Stati Uniti che potremmo distribuire in Italia. Papà non era assolutamente dell'idea ma io ero giovanissima e lui voleva fare qualcosa con me. Per cui abbiamo cominciato questa avventura. Pochi giorni dopo sono partita con questo signore per gli Stati Uniti dove abbiamo scoperto le Vans e altre linee che in quel momento nessuno voleva perché erano gli anni 80 e tutti cercavano i grandi stilisti anche italiani che si stavano lanciando nel mondo. Trovammo una linea di design canadese che si chiamava Parachute e all'epoca era molto in voga. Con quel prodotto siamo entrati nei migliori negozi italiani".
Gli altri marchi quando arrivano?
"Nei primi tre anni dell'azienda: 1982, 1983 e 1984. Abbiamo aggiunto altri prodotti sportivi, tra cui anche Barbour, Woolrich con cui ho lavorato fino al 2018 e soprattutto Paraboot, un marchio di scarpe bellissime. Ne vendemmo talmente tante che ci hanno dato la licenza per realizzarle a Prato".
Il marchio WP Lavori in Corso da dove viene?
"Dai cartelli segnaletici con la sigla di work in progress che significa appunto lavori in corso. Quando siamo andati per depositare il marchio abbiamo scoperto che c'era già un'azienda veneta con quel nome. Loro si opposero alla nostra registrazione e noi abbiamo optato per un mix tra la sigla americana e la traduzione italiana".
Di quanti marchi vi occupate?
"Direi una decina. Importiamo e distribuiamo Barbour in Italia e Svizzera, con Blundstone arriviamo anche in Spagna mentre per Filson siamo presenti in tutta Europa. Poi ci sono marchi come Baracuta, B.D. Baggies, Spywalk e Avon Celli che distribuiamo in tutto il mondo oppure di cui siamo proprietari. Quest'ultimo è per così dire in sonno, prima o poi lo rilanceremo. Infine abbiamo Universal Overall, una linea di abbigliamento da lavoro che viene dal Giappone pur essendo americana ed è molto carina oltre ad avere prezzi molto accessibili".
Cosa cerca in un marchio di moda?
"L'autenticità. È una dote che cerco anche nelle persone: sono incapace di tollerare la falsità".
Quest'anno registrate una crescita del 20%. Come avete fatto?
"Il segreto è lavorare tanto e con passione diversificando se possibile il proprio business. Per esempio io ho sempre avuto la passione dell'immobiliare, quindi in questi anni ho investito in immobili che poi mi sono divertita a ristrutturare e arredare. È nata così WP Relay una società che gestisco con le mie figlie. Affittiamo queste case in giro per l'Italia e anche per l'Europa. Inoltre una delle mie figlie sta anche sviluppando con WP Relay un progetto di arredi e decorazioni d'interni piuttosto particolare e devo dire molto bella. La vendiamo in esclusiva nei negozi WP e anche questo è un modo per allargare gli orizzonti".
Ha delle preferenze tra i marchi di cui si occupa?
"Credo proprio di no: se non mi piacciono non ci lavoro. Prendiamo Spywalk per esempio. Noi lavoriamo sul lato fashion di questa linea mentre loro continuano a lavorare per le poste americane e per la polizia. Insomma fanno abiti da lavoro mentre noi abbiamo sviluppato la parte moda collaborando con Itochu. È un'azienda giapponese fantastica: ci producono anche i materiali che non vengono più fatti tipo il Titan, un tessuto ignifugo con cui negli anni '70 confezionavano le divise dei pompieri. Quando trovo queste cose mi sembra di essere in paradiso".
So che avete fatto un archivio pazzesco, perché?
"È una cosa di cui si occupa mia figlia e che io approvo in
pieno. La moda è cultura, non ce lo dobbiamo dimenticare mai. Quando ci hanno offerto di acquistare l'archivio di Ferrè che con il nostro stile non ha molto a che fare non ho avuto dubbi: dal bello s'impara sempre qualcosa".