Contrariamente agli annunci delle scorse settimane all’Assemblea nazionale, la Francia non ha chiesto le dimissioni di Francesca Albanese durante la sessione del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite (UNHRC) a Ginevra. Parigi, che attraverso il ministro degli Esteri Jean-Noël Barrot aveva promesso una presa di posizione “ferma” contro la relatrice speciale per i Territori palestinesi occupati, ha infine optato per un richiamo formale.
Nel suo intervento davanti al Consiglio, la rappresentante permanente francese all’Onu a Ginevra, Céline Jurgensen, non ha fatto alcun riferimento esplicito alla necessità di un passo indietro da parte della giurista italiana. Si è limitata a denunciare “dichiarazioni ripetute ed estremamente problematiche” da parte di una relatrice speciale delle Nazioni Unite, invitando tutti i titolari di mandato a esercitare “la sobrietà, la moderazione e la discrezione richieste”.
Le polemiche, le pressioni e i limiti formali
Nelle settimane precedenti, Barrot aveva chiesto apertamente le dimissioni di Albanese dopo un intervento televisivo in cui la relatrice aveva fatto riferimento a un “nemico comune” dell’umanità parlando della guerra a Gaza. Alcuni governi europei avevano giudicato quelle parole come un attacco antisemita contro Israele, accusa respinta da Albanese, che ha sostenuto come le sue dichiarazioni fossero state distorte e non dirette contro lo Stato ebraico.
Alla richiesta di dimissioni avanzata da Parigi si era associato anche l’ambasciatore statunitense in Francia, Charles Kushner. Successivamente, il segretario di Stato americano Marco Rubio, annunciando sanzioni contro Albanese, l’ha accusata di mostrare “aperto disprezzo” verso Stati Uniti, Israele e l’Occidente.
Interpellato sul cambio di linea a Ginevra, il portavoce del ministero degli Esteri francese, Pascal Confavreux, ha rinviato alle precedenti dichiarazioni di Barrot, ribadendo che, a giudizio del ministro, le “provocazioni ripetute” della relatrice avrebbero dovuto indurla a dimettersi.
Albanese è da tempo al centro di polemiche per le sue posizioni critiche nei confronti dell’operazione militare israeliana contro Hamas a Gaza, delle violenze dei coloni in Cisgiordania e di altre politiche dello Stato israeliano, che in più occasioni ha definito come atti assimilabili al genocidio.
Non esiste però un meccanismo formale che consenta ai singoli Stati membri di imporne le dimissioni prima della scadenza del mandato nel 2028, salvo l’adozione di una risoluzione del Consiglio per i diritti umani, ipotesi che fonti diplomatiche giudicano difficilmente percorribile. Albanese, dal canto suo, ha dichiarato di non avere alcuna intenzione di lasciare l’incarico.