Da Bari a Roma gli strani affari dell’assessore

Ruota sempre tutto intorno a lui. Lui, cioè Alberto Tedesco, ex assessore regionale pugliese alla Sanità e oggi felice, o quasi, senatore della Repubblica. Gode dell’immunità parlamentare, ottenuta da quando è arrivato a Palazzo Madama. Storia già sentita, ma emblematica: Tedesco si dimise improvvisamente dall’assessorato regionale e qualche giorno dopo casualmente gli fu notificato l’avviso di garanzia per le indagini che lo riguardavano sugli intrecci tra affari e sanità in Puglia.
Sorrise, il signor Alberto, reduce della prima repubblica e riemerso nella seconda sotto una nuova luce. Sorrise, perché sapeva che l’inchiesta l’avrebbe colpito, ma sperava anche di poterne uscire indenne in un modo o nell’altro. E il modo fu individuato qualche mese fa, quando Paolo De Castro (presidente di Red, quindi dalemiano) fu fatto candidare alle elezioni europee e nel posto liberato al Senato fu candidato per la Puglia Alberto Tedesco, l’ex socialista passato nel Pd pur restando convinto di essere sempre un socialista.
Ma come ci è arrivato a Roma, Tedesco? I bene informati dicono che a spingerlo sia stato il sindaco di Bari, Michele Emiliano. Perché aveva bisogno di toglierselo di torno un po’, visti i precedenti: Tedesco in passato, aveva minacciato di correre da solo col suo partito socialista residuale, ma sempre fermo a un buon 4-5 per cento. Uno scomodo, insomma. Uno in grado, a livello locale, di rompere le scatole e creare difficoltà. Meglio mandarlo a Roma, quindi. Solo che non poteva fare tutto da solo, Emiliano. Mica ha tutto questo potere, mica può decidere tutto così su due piedi anche se è il segretario regionale del Pd.
La candidatura al Senato di un ex assessore in odore di rinvio a giudizio per i guai della Sanità pugliese non è cosa che possa essere gestita da Bari. Ci vuole uno al centro del potere Pd, qualcuno che conti, qualcuno che possa dire un sì che vale per tutti. I soliti bene informati hanno individuato l’anello che congiunge Tedesco a Roma: è il gruppo dei dalemiani, presenti molto in Puglia e in grado di spingere la candidatura di un personaggio locale fino allo scranno di Palazzo Madama. Certo, qualcuno dice che Emiliano e D’Alema non hanno mai stretto rapporti da quando l’ex pm diventato sindaco indagò sulla missione Arcobaleno e sul governo D’Alema. Però c’era una carta: la conoscenza diretta, non approfondita, ma comunque diretta di Tedesco e D’Alema: sono stati consiglieri regionali insieme, nella prima repubblica. Uno socialista, l’altro comunista. Non importa, adesso: le ideologie sono state superate.
Non che fosse una scelta azzardata, poi, quella di far eleggere Tedesco al Senato. Dal punto di vista elettorale funzionava. Il suo consenso, il «vecchio» Tedesco ce l’ha sempre avuto. Col sigillo del Pd nazionale, poi il gioco era fatto.
Arrivato a Roma, Tedesco non ha intrecciato rapporti ad alto livello, Non ha referenti precisi, è un cane sciolto. Così dicono tutti, anche se dall’interno del Pd, dicono che in fin dei conti l’aggancio è sempre lo stesso: il gruppo dalemian-pugliese dei democratici, una specie di lobby in grado di muovere pedine e giocare la partita. Ora la procura che indaga sugli affari di Tedesco e sulle società che finanziavano i partiti di centrosinistra pugliese puntano sui suoi giri romani. E chi gli siede accanto in Parlamento adesso è un po’ teso. Avrà anche l’immunità, però dove non arriva la giustizia può arrivare la politica.

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