Basso, vero campione per un vero Giro d'Italia

Il «lombard» torna padrone quattro anni e una vita dopo. E vince l’edizione più bella e più dura degli ultimi tempi. Sul podio con lui Arroyo, la sorpresa, e Nibali, il futuro. Battuti due big come Evans e Sastre

Basso, vero campione per un vero Giro d'Italia

Caro diario, nell'arena di Verona si canta l'inno di Mameli per un ragazzo d'Italia che chiude in modo sublime il suo Giro e il suo cerchio. Finalmente Ivan Basso può mettersi il cuore in pace: la vittoria è un apostrofo rosa tra tante parole importanti, in questo momento. Anche tra quelle che non hanno bisogno di apostrofo. Parole come riscatto e come perdono. Parole grosse, in una corsa di biciclette. Ma la storia di questo vincitore se la porta dietro ineluttabilmente, perché prima d'essere storia sportiva è storia umana molto profonda. Basso era già campione, una vita fa. Ma si era buttato via con una colossale stupidaggine, seguita da un anno di stupidaggini. La frequentazione del famoso medico dopatore, quindi la sequela di bugie. Quel campione, quella vita, tutto era finito nella vergogna di una confessione finale, quando il peso dei sospetti e del rimorso, più del rimorso che dei sospetti, si era fatto insopportabile. Proprio quel giorno, la parola fine tumulava il campione ambiguo e traditore per aprire un nuovo inizio.

Quattro anni dopo, una vita dopo, Ivan Basso è di nuovo campione. Chiude il Giro e chiude il cerchio. Con la forza dell'umiltà, del pentimento, dell'espiazione, senza chiedere sconti a nessuno e senza avviare vittimismi inutili, ritrova tutto quello che aveva sprecato: il trionfo dentro le pietre eterne dell'Arena, la passione dei tifosi, il perdono nazionale.

Caro diario, mentre il campione festeggia sul podio con Arroyo e con Nibali, il suo domani, è naturale chiedersi che Giro abbia vinto Ivan Basso. Possiamo dirlo senza tante discussioni: è il Giro più bello degli ultimi dieci anni, almeno. Un Giro combattuto tutti i giorni, ad andature altissime, con agguati e imboscate come quella dell'Aquila a sparigliare le carte, ma con le montagne del mito - Mortirolo, Gavia, Zoncolan - finalmente rimesse al loro posto, così da rendere possibile al campione vero una favolosa rimonta a colpi di imprese e di distacchi (per non dimenticare: l'anno scorso, Menchov e Di Luca duellarono sul filo degli abbuoni lungo le terribili asperità del Vesuvio, vetta regina delle Dolomiti, pensa che tracciato geniale).

Di fronte allo spettacolo di quest'anno, al suo vincitore nobile e ai suoi avversari valorosi, è però il caso di accantonare un attimo l'enfasi dei buoni sentimenti per dedicarci anche ad alcune questioni rimaste in sospeso. Sempre per non dimenticare. Allora, nell'ordine. Cordialmente al diavolo il Mago Zom, patron rosa, che l'anno scorso presentò un percorso senza montagne come una trovata modernista e rivoluzionaria, salvo ripresentarsi stavolta con tutte le salite più spietate al loro posto. Delle due, l'una: o era in stato confusionale l'anno scorso, o lo è quest'anno. Io ho una risposta personalissima: lo era l'anno scorso. Pesantemente. Di brutto.

Al diavolo quelli che ci hanno sconquassato l'anima con questa tesi: «Senza Riccò, non è un Giro». Primo a dirlo, proprio lui. E come no. Se n'è sentita la mancanza. Senza Riccò è uscito soltanto il più bel Giro del nuovo secolo. Con lui, che ancora non ha trovato il tempo e la modestia per chiedere scusa, avremmo certamente un Giro più mormorato. Si faccia una bella stagione di buoni comportamenti, poi l'anno prossimo se ne riparla. Eventualmente, consulti alla voce Basso per sapere come si fa.

Al diavolo quelli che ogni volta devono far girare il disco del Tour. Va bene, il Tour è una corsissima favolosa, ma non è l'unica. Non è detto che il Giro sia meno corsissima. Una volta per tutte: il Tour ha gigantismo da vendere, ha prestigio e soprattutto ha Contador che vuole battere i record di Armstrong, ma il Giro detiene - salvo colpi di testa del Mago Zom - il primato assoluto e inarrivabile delle difficoltà. I francesi se la suonano e se la cantano, con la loro grandeur incipriata. Ma basta chiedere agli Evans e ai Sastre, cioè ad assidui frequentatori del Tour, dove abbiano trovato e provato i tormenti più infami. Mettiamola così: il Tour è la corsa che vale una carriera, ma una carriera non è una carriera se non ha mai vinto il Giro. Per la cronaca: Contador ha vinto nel 2008.

Caro diario, fermiamoci qui. Tutte queste pagine, riempite giorno per giorno, formano già un piccolo romanzo rosa che riscalderà la memoria. I ricordi sono tutto quel che resta, dopo tre settimane di immagini, luoghi, incontri, persone, voci, colori, pensieri e parole. Ancora una volta, il Giro si è rivelato il più impareggiabile corso di aggiornamento sullo stato del Paese. Siamo stati là, negli angoli più sperduti, dove nessuno arriva mai. L'Italia del Giro è ben diversa dall'Italia dei giri che contano, chiusi nei salotti metropolitani. Ma sopravvive orgogliosa e decorosa come sempre. Grazie al Giro, che ancora la va a scovare e ce la mostra.

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