Gentile Direttore Feltri,
ancora una volta apprendiamo dell'ennesimo naufragio al largo di Lampedusa, con un bambino disperso in mare. È una tragedia che colpisce tutti. Ma, come sempre accade in questi casi, una parte della politica e del commentariato ha già trovato il colpevole: il governo italiano. Mi chiedo però una cosa semplice: quando al governo c'era la sinistra non si moriva forse in mare? E soprattutto: davvero si può sostenere che la responsabilità di queste tragedie ricada sull'Italia e non su chi decide di imbarcarsi su barchini improvvisati partendo da Paesi che non sono in guerra?
Rita Isotta
Cara Rita,
ogni morte in mare è una tragedia. E, quando tra le vittime o i dispersi c'è un bambino, il dolore diventa ancora più insopportabile. Non c'è bisogno di essere di destra o di sinistra per dirlo. È sufficiente essere umani. Ma proprio perché si tratta di tragedie vere, trovo insopportabile la loro sistematica strumentalizzazione politica. Ogni volta che avviene un naufragio nel Mediterraneo assistiamo allo stesso copione: la sinistra, le ONG e una parte dell'informazione indicano immediatamente un responsabile. E il responsabile, guarda caso, è sempre il governo italiano, se è di destra. È un meccanismo tanto automatico quanto intellettualmente disonesto. La verità è molto più semplice e molto più scomoda: i naufragi non sono nati con questo governo e non finiranno con questo governo. Esistevano prima e, purtroppo, continueranno a esistere finché ci saranno trafficanti senza scrupoli e persone disposte a mettersi nelle loro mani.
Le cronache degli ultimi vent'anni lo dimostrano con chiarezza: nel Mediterraneo si è continuato a morire con esecutivi di ogni colore politico. Non soltanto con la destra, ma anche, e più spesso, con la sinistra al potere. Perché la causa di queste tragedie non è Palazzo Chigi. La causa è un'altra. È la decisione di salire su barche di fortuna lunghe pochi metri, sovraccariche di decine di persone, affidate a trafficanti che trattano esseri umani come merce.
E molto spesso queste partenze avvengono da Paesi che non sono in guerra, come la Tunisia, che è considerata un Paese sicuro. Chi si trova lì, pur essendo giunto da Paesi in guerra magari, si trova già al riparo, ossia non rischia la pelle. La rischia semmai quando si mette in mare per tentare la fortuna. Questo non significa negare il dramma umano delle migrazioni. Significa semplicemente rifiutare la propaganda.
Attribuire all'Italia la responsabilità di ogni morte in mare equivale a sostenere che il nostro Paese abbia il controllo sulle scelte di chi, a migliaia di chilometri di distanza, decide di pagare un trafficante e affrontare il Mediterraneo su un barchino. È una tesi che non regge né logicamente né moralmente.
Lo ripeto: ogni vita persa è una tragedia. Ma usare quelle tragedie come arma politica contro il governo è qualcosa di ancora più indecente.
Perché i morti meritano rispetto.
Non strumentalizzazioni ideologiche.