La Bce non diventi preda degli Stati

Le Borse hanno accolto con euforia il piano di sostegno dell’euro, basato su quattro pilastri, quello della Commissione con il fondo di 60 miliardi, che ne può mobilitare 10 volte tanto, il fondo di garanzia intergovernativo tra gli Stati di 440 miliardi, la partecipazione del Fondo monetario con 100 miliardi di prestiti e l’impegno della Bce a investire nel debito degli Stati membri, per la sua stabilizzazione.
I rialzi variano tra il 10% delle Borse di Stati che come l’Italia e la Francia erano maggiormente chiamati in causa dalla crisi, e il 5% di quelli che, come la Germania e il Regno Unito, ne erano estranei o perché non sono bisognosi di aiuto (Germania) o perché hanno rifiutato di dare una mano. E anche Wall Street è in rialzo, in quanto un deprezzamento eccessivo dell’Eurozona non sarebbe gradito negli Usa.
Ma l’euro, dopo essere tornato sopra quota 1,30 con il dollaro, è ridisceso un po’ sotto. I dubbi non sono tutti scomparsi e possono sorgere nuovi problemi. Con la lente del giorno dopo rilevo due problemi: uno, organizzativo di coordinamento, l’altro più strutturale che riguarda il rischio che la Bce presieduta da Jean-Claude Trichet ora diventi preda dei governi, come accadde per la Banca d’Italia negli anni ’70, in cui il costo del compromesso storico tra Dc e Pci fu scaricato sulla Banca d’Italia costretta a comperare Bot in cambio di lire. In seguito, negli anni ’80, fu attuato il divorzio tra Tesoro e Banca d’Italia che fece emergere nei conti dello Stato il debito, prima collocato in Via Nazionale con conseguente inflazione. Ne seguì il rialzo del tasso d’interesse per il nuovo debito e per la conversione di quello pregresso. Il faticoso cammino al risanamento parziale ci portò all’alto rapporto tra debito e Pil con cui ancora lottiamo. Ma vediamo la questione del coordinamento.
La presenza del Fondo monetario è benvenuta, al di là della cifra che impegna, in quanto esso condiziona i suoi prestiti a precise richieste di risanamento fiscale dei Paesi aiutati e in quanto ciò consente all’Europa dell’euro di agire in un contesto monetario globale. Il Fondo monetario con chi si coordina? Con la Commissione europea, con gli Stati dell’Eurozona impegnati nel fondo di garanzia? E i due fondi della Commissione e degli Stati membri, come si coordinano tra di loro? Quale dei due diventerebbe la base dell’eventuale Fondo monetario europeo? E si pensa di vararlo?
La questione più delicata è quella della Bce, che comprerà titoli del debito degli Stati membri, per contrastare la loro flessione derivante da operazioni internazionali al ribasso finalizzate a «far saltare il banco» e, comunque, di lucrare sulle paure dei risparmiatori che, come diceva Einaudi, hanno il coraggio dei conigli, le gambe di una gazzella e il comportamento delle pecore, e quindi fuggono a torme quando si spaventano.
Ho cercato di spiegare, in precedenza, che una Banca centrale di solito investe in buoni titoli del debito pubblico parte del suo patrimonio, in quanto ciò rende di più che tenere contanti nelle diverse valute. Ora per la Banca d’Italia le riserve valutarie dovevano essere, come per la Bce, in buona moneta avente largo corso internazionale. E la lira, a parte la questione se fosse «buona» (era meglio di quel che si pensasse e lo si è visto dopo, ma gli italiani sono anti nazionalisti salvo che nello sport) non era una moneta di largo corso internazionale.
Invece, l’euro è una valuta internazionale perché regola gli scambi tra i Paesi dell’Eurozona, che sono anche alla testa dell’import e dell’export mondiali. Inoltre, l’euro è una valuta buona, perché la bilancia dei pagamenti correnti economica dell’Eurozona è strutturalmente in pareggio o attiva.
Il passivo di Portogallo, Grecia e Spagna è compensato dal rilevante surplus strutturale tedesco, dal modesto surplus strutturale italiano, dal quasi pareggio francese e dal buon andamento di Belgio, Olanda e Austria. Ma un conto è investire in buoni titoli dell’Eurozona, un altro conto investire in cattivi titoli. Un conto è la stabilizzazione su basi economiche un altro conto è l’assistenzialismo. È necessario che la Bce sia al riguardo ferrea. E che si stabilisca che, come ho più volte scritto, uno Stato dell’euro che non rispetta gli impegni deve fallire, rimanendo nell’euro, in cui è obbligato a stare. Continuo a pensare che noi dovevamo far fallire la Grecia e aiutarla tre giorni dopo a risollevarsi.
Dunque, urge un’Agenzia di rating europea indipendente dai governi che dia i voti al loro debito. La stabilizzazione dei mercati del debito pubblico non va confusa con la monetizzazione del debito pubblico, che vuol dire inflazione.

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