Da Berlinguer a Veltroni quella "superiorità morale" che ora fa arrossire il Pd

Gli eredi del Pci hanno sempre rivendicato un primato etico sugli altri Ma dal caso Unipol allo scandalo di Napoli, la tesi ormai è insostenibile

Se tu sostieni di essere migliore di me, siccome nessuno te l’ha chiesto, hai l’onere della prova: devi dimostrarlo. Se non ci riesci, frani nella stessa voragine retorica che hai scavato con le tue stesse mani. È questo il senso della lunga storia della «diversità morale» della sinistra politica italiana, idealmente cominciata con l’intervista concessa da Enrico Berlinguer Eugenio Scalfari su Repubblica ventisette anni fa, il 28 luglio 1981, e idealmente conclusa ieri, con l’incatenamento sotto le finestre del medesimo quotidiano del sindaco ex Pci-Pds-Ds ora Pd di Firenze, Leonardo Domenici, per rivendicare di avere «le mani pulite».
Toccherà dare ragione alla Jena: a quest’ora, il fantasmino di Bettino Craxi si starà spanzando dalle risate, osservando i suoi antichi accusatori gettati nella polvere del sospetto d’aver degenerato l’etica pubblica in grammatica del malaffare. Perché, se il severo proclama berlingueriano di guerra contro la degenerazione della partitocrazia era il tentativo di vestire con un rigoroso abito calvinista la svolta quasi-socialdemocratica del Pci che usciva a fatica dalla tutela sovietica, la storia del popolo della sinistra più onesto, più etico, più solidale, più civico più mejo dei lanzichenecchi che, sotto l’egida berlusconiana, hanno occupato per via televisiva le istituzioni e l’immaginario italiano, è stato il tonico – o, a seconda delle occasioni, l’antidepressivo – con cui la sinistra postcomunista italiana ha provato a sopravvivere al crollo delle ideologie e della via rivoluzionaria al potere, svicolando da una resa dei conti con la modernità politica e il richiamo sanguinario del giacobinismo.
Se non c’è più la politica come progetto di mutamento radicale della società, attingi senso alla morale «accettando consapevolmente i rischi del moralismo», ha chiosato Edmondo Berselli in Sinistrati (Mondadori). È questa convinzione che animava i giovanotti rosso-verdi che durante Mani pulite canticchiavano canzoncine tipo «Ma Bobo Bobo non lo sa/che Mario Chiesa ruba in tutta la città/Ruba di qui/ruba di là/e porta tutto al suo papà!». È questa certezza che ha animato via via i girotondi, le liste civiche, il giustizialismo, la difesa senza se e senza ma della magistratura, la mitografia della società civile o chi, per ammazzare in culla il dibattito sull’uso politico della giustizia ribatteva, come il Claudio Rinaldi del 1995, che «dietro lo spettacolare revival del garantismo, c’è anche e soprattutto la posizione processuale di un uomo chiamato Berlusconi». È questa sicurezza che ha armato il racconto della sinistra come gruppo di persone moralmente pulitissime «con cui pensavamo di arrivare prima o poi a una riforma politica e morale», come scrive un Giorgio Bocca inferocito contro la prima vittoria berlusconiana, nel 1994.
È tutto questo che ha prodotto la santificazione dei vari Pietro Ricca, e la canonizzazione giornalistica del travaglismo come racconto unofficial della mentalità conflittuale e palingenetica dell’elettore medio della sinistra. Fino all’alleanza col poliziottesco Di Pietro, che non è una controfigura di Maurizio Merli ma, ormai, il principale esponente dello schieramento opposto al governo.
Riprendiamo, ne vale la pena, qualche stralcio della famosissima intervista berlingueriana. Nel 1981 il segretario comunista affermava che «i partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e clientela» prive di passione civile, «federazioni di correnti, camarille, ciascuna con un “boss” e dei “sottoboss” » che gestiscono interessi «talvolta anche loschi». Insomma, «I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni, a partire dal governo». Tuonando infine: «Ecco perché dico che la questione morale è il centro del problema italiano»
Si capisce perché l’eco di queste parole del «dolce Enrico», del suo rivendicato maestro, dovrà accompagnare anche sotto le lenzuola Walter Veltroni, alle prese con le grandi e piccole beghe e grane che angustiano il Partito democratico in tante città in cui governa ed esprime classe dirigente, peggiori del ricordo del “compagno G” o delle storie delle scalate bancarie di un paio d’anni fa, perché mettono in questione ciò che è sempre stato il fiore all’occhiello della sinistra, la qualità amministrativa e morale del governo locale. Riprenderà forse in mano, Veltroni, la Carta dei Valori del Pd, dove si afferma la promozione di «un’etica pubblica condivisa, che consenta agli italiani di nutrire un senso più alto ai loro doveri». Ripenserà forse a un’intervista del maggio 2007 in cui Massimo D’Alema, un altro che con Piero Fassino ha commerciato a fasi alterne con la storia della diversità morale, denunziava «una crisi della credibilità della politica che tornerà a travolgere il Paese con sentimenti come quelli che negli anni '90 segnarono la fine della prima Repubblica». Gli ritornerà forse in mente l’elenco dei «valori morali necessari» redatto da Pietro Scoppola nell’introduzione a Partito democratico. Le Parole chiave (Editori Riuniti). Penserà forse alla decisione dello scorso febbraio, una bella pigiata sul pedale dell’acceleratore moralisteggiante, di non candidare né condannati né tantomeno inquisiti (al parlamento nazionale, mica alle amministrative, però), che ha trovato immancabili Curzi Maltesi pronti a lodare questo «“ma anche” coraggioso».
O, più prosaicamente, Walter penserà a quando, a ottobre, sul palchetto del Circo Massimo, ha cercato l’ovazione così: «L'Italia è migliore della destra che la governa». Un ritorno rumoroso al mito della diversità, un brusco abbandono delle promesse di normalizzazione della dialettica democratica formulate nel discorso del Lingotto.

Questa frase, anche se non l’ha notato nessuno, è la clamorosa scopiazzatura di un pezzo del discorso di Barack Obama tenuto a Denver, 28 agosto 2008: «Noi siamo migliori di questi ultimi otto anni. Noi siamo un Paese migliore di questo». Complimenti per l’originalità veltroniana e per l’evidente, pur se involontaria, autoironia. Come Pietro Ingrao, volevano la luna, ma sono finiti nel pozzo.

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