Berlusconi: nessuna «copertura» sul caso Lazio

LA BATTUTA La Russa ricorda il governo Dini e il ’95: «Se anche noi avessimo il Colle amico...»

RomaSarà pur vero, come di tanto in tanto recitano le smentite di Palazzo Chigi, che «l’ira non è un sentimento che appartiene» a Berlusconi. Ma di certo ieri il Cavaliere non era niente affatto di buon umore, spazientito ed esasperato da un partito che con i pasticci sulle liste di Lombardia e Lazio ha messo a nudo tutti i suoi limiti. Il problema, spiega fin dalla mattina il premier nelle sue conversazioni private, non è tanto per il Pirellone, visto che «a Milano è stato fatto solo un errore tecnico» e si tratta di «un dettaglio burocratico» di timbri che alla fine rientrerà. Diverso, invece, il caso del Lazio. Dove beghe interne al Pdl hanno contribuito a creare la paradossale situazione per la quale si rischia seriamente che la Polverini corra nella provincia di Roma senza l’appoggio della lista del Popolo della libertà e, soprattutto, senza il contributo di voti di tutti coloro che erano candidati nel proporzionale.
Già, perché se da via dell’Umiltà insistono nel dire che «al Pdl è stato impedito di presentare la lista», sono davvero in troppi a sostenere che la svista sia frutto di un regolamento interno di conti che ha portato a rimettere mano alla lista fino all’ultimo minuto utile. Anzi, ben oltre. Una lettura che non si discosta molto da quella di Berlusconi, che nella riunione a Palazzo Chigi con Letta, La Russa, Ronchi e Alemanno è categorico: «Fate quel che volete, ma vedete di risolvere questo problema». Parole rivolte soprattutto al sindaco di Roma, che non solo il premier, ma anche Fini reputano quantomeno responsabile di omesso controllo. Il presidente della Camera, infatti, in privato non nasconde di essere «allibito» da quanto accaduto nel Lazio. Senza contare che la candidatura della Polverini era stata voluta fortemente proprio dall’ex leader di An. E se pure non ha torto Bonaiuti quando dice che «sarebbe surreale escludere dalle elezioni a Roma il maggior partito italiano», la partita è tutta da giocare.
Già, perché l’ipotesi di risolvere la querelle con una leggina o un decreto in Consiglio dei ministri è stata bocciata proprio da Berlusconi. Una soluzione tra l’altro non gradita al Quirinale, tanto che in privato La Russa ricorda il precedente del ’95 con il governo Dini e si lascia scappare un eloquente battuta sul Colle («se avessimo un capo dello Stato amico...»). Il Cavaliere, però, «questa volta» non ha intenzione di «coprire» nessuno perché «è arrivato il momento che tutti si prendano le loro responsabilità». Un redde rationem interno, dunque, prima o poi ci sarà. Anche perché il premier nelle sue conversazioni private continua a ripetere di essere «deluso» dal Pdl e «pentito» dall’aver deciso di sciogliere Forza Italia. Insomma, come consigliò tempo fa Bossi, «forse era meglio fare una federazione». E continua pure a buttar lì riflessioni su un eventuale azzeramento dei vertici, magari rivedendo anche lo schema del triumvirato.
D’altra parte, quale sia in proposito l’umore del «dottore» - così lo chiamano i suoi collaboratori più stretti - emerge anche dalla lettura del Mattinale, una sorta di rassegna stampa ragionata che arriva sulla scrivania di Berlusconi tutte le mattine. «La gente - recita la chiosa alla vicenda Lazio - ha tutto il diritto di essere sconcertata e noi abbiamo il dovere di risponderle. In questo caso le responsabilità vanno cercate e verranno trovate».
Colpiscono, in questo senso, le parole di Napoli, uno che raramente parla a sproposito. «Di certo - spiega il vicecapogruppo alla Camera - la dialettica via via più sanguigna messa in moto nel Pdl da autorevoli personaggi del partito con il proposito credo sincero di allargare il confronto politico, ha finito al contrario per irrigidire e schematizzare le posizioni con il risultato che vediamo in queste ore».
Una critica di certo rivolta a Fini, visto che anche sul Mattinale si prende di mira un’espressione più volte usata dal presidente della Camera: il «partito-caserma». «Il Pdl - si legge nel terzo paragrafo - è stato spesso accusato dai suoi detrattori professionisti, politici e mediatici, di essere un partito-caserma, un partito “del Capo”, addirittura un partito finto o “mai nato”. Siamo alla dimostrazione del contrario. Il Pdl è, caso mai, un partito nel quale chi ha le responsabilità minori talvolta di libertà se ne prende fin troppe».
Il non detto è chiaro: tanto poco Berlusconi ha messo bocca nel partito che è questa la situazione in cui siamo finiti. E forse è anche in quest’ottica che il Cavaliere sceglie di non coinvolgere il governo nella partita e mette da parte l’ipotesi decreto o leggina ad hoc. Perché - spiegava domenica sera durante una cena con imprenditori e ministri a Villa Gernetto - questa è «una vicenda che rischia di procurarci un serio danno anche di immagine» visto che a Roma «si sono comportati come una massa di cretini».