Billi se n’è andato dopo nove anni di serena vita da cane

Chiarissimo Dott. , la sua foto sul Giornale del 23 settembre non raffigura più il suo simpatico cagnolino; ci dica almeno che sta bene. Cordiali saluti e buon lavoro.

La verità, caro Todaro, è che il piccolo Billi se n’è andato. Non è una bella storia da raccontare e mi pesa molto il farlo. Chi ha avuto un cane sa cosa intendo se dico che lasciano un gran vuoto quando giunge la loro ora. Però a questo punto non posso tirarmi indietro: lasciando con discrezione trapelare di aspettarsi il peggio, tanti lettori come lei m’hanno chiesto infatti ragione della sostituzione del «francobollo», come noi chiamiamo le fotine di rubrica. Billi aveva un sacco di amici e amiche, questo possiamo proprio dirlo e non sa, caro Todaro, quanto ciò mi faccia piacere. L’avevamo preso al canile e la permanenza in quel luogo (anche il migliore canile è sempre un canile, con le gabbie), ma ancor più il periodo di randagismo l’avevano molto segnato. Questo fu subito evidente, tuttavia la circostanza non ci impedì di adottarlo e così facendo di assicurargli, per gli anni che gli rimanevano e furono nove, una vita felice. Anche se non approfittò mai del privilegio, poté farla, come s’usa dire, da padrone. Trattato da cane - ho sempre deprecato quella sorta di birignao mentale che s’unisce alla visione antropomorfa degli animali, alla Walt Disney, per intenderci - da buon cane s’è comportato. Tanto affetto riceveva, tanto, a modo suo, ne restituiva. Grazie alla veterinaria Velia Illengo, che non lo perdeva mai d’occhio, i molti acciacchi non impedirono a Billi di condurre una placida, attiva e felice vita da cane, avendo a disposizione prati, giardini e lungofiume per le sue sgambate e i suoi giochi e sapendo di contare su una generosa dose di premure e di affezione da parte nostra. Solo qualche mese fa la sua salute prese a peggiorare in modo precipitoso. Una domenica mattina, dopo una notte assai agitata, non trovò le forze per alzarsi sulle zampe. Stava malissimo e, cosa assai penosa a udirsi, guaiva dal dolore. Chiamammo allora la dottoressa Illengo che senza indugio si precipitò, dalla località di villeggiatura dove soggiornava. Ma le fu sufficiente un’occhiata per capire che c’era ben poco da fare: nessun farmaco, nessuna carezza, nessuna parola sussurrata all’orecchio, eppure così efficaci, questi ultimi due rimedi, avrebbero potuto evitare ciò che di lì a poco accadde: giusto il tempo di un’iniezione di antidolorifico, che almeno se ne andasse senza soffrire. Come sempre, anche questa volta mia moglie Sanzia e io abbiamo giurato di non aver più cani. È troppo dura, quando ti lasciano. Come sempre, quando il tempo avrà stemperato l’intensità del ricordo di Billi, prenderemo la via del canile dove per colpa di quei mascalzoni, quei criminali che abbandonano i loro cani, molti Billi aspettano d’essere adottati.

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