Se il petrolio dovesse arrivare a toccare i 200 dollari al barile, qualcuno ha calcolato che il prezzo della benzina salirà fino a 3,7 euro al litro. Ma, a parte le previsioni catastrofiche, il punto della crisi del Golfo Persico non è tanto o solo questo. Vediamo quali sono i meccanismi di trasmissione alla nostra economia domestica.
L’inflazione
L’aumento del prezzo di gas e petrolio si trasferisce anche su tutti i prezzi dei beni alimentari che non siano a chilometro zero: è il costo del trasporto che si scarica sui beni di consumo. Non solo. Tramite le bollette energetiche, che dipendono dal costo del gas, la trasmissione avviene anche nella catena della manifattura, in quella immobiliare, nel turismo e così via. Esattamente come è accaduto nel 2022.
I tassi d’interesse
Con l’aumento dei prezzi scatta l’obbligo statutario della Bce di contrastare l’inflazione. Cosa che tipicamente avviene aumentando i tassi d’interesse. Non a caso alcuni mercati stanno già anticipando questi movimenti, come si vede dai rendimenti in crescita, sia a breve sia a lungo termine. Ma tassi più alti significano meno credito alle imprese e mutui più cari alle famiglie, con una prevedibile contrazione del reddito, che si somma alla perdita di potere d’acquisto legata all’inflazione. Anche qui la lezione recente è quella del 2022, con la guerra in Ucraina.
La spesa pubblica
Con rendimenti più alti aumenta il costo per interessi che lo Stato deve pagare sulle nuove emissioni. E quindi cresce la spesa pubblica, che già oggi è praticamente assorbita dalle spese per interessi. La conseguenza di medio periodo è l’impossibilità per il governo italiano di trovare risorse aggiuntive per tagliare le tasse, come avvenuto in questi ultimi tre anni, limitando dunque le opzioni espansive della politica fiscale.
I consumi
Di fronte all’inflazione e a fenomeni quali il caro mutui, tornano a contrarsi i consumi. Essi rappresentano la componente della domanda aggregata che in questi ultimi mesi aveva dato segnali di ripresa e faceva ben sperare per sostenere la crescita del Pil. Un rallentamento, sommato a quello di altri pezzi del Pil, come per esempio gli investimenti, rischia di azzoppare la crescita prevista per quest’anno intorno allo 0,8%.
I mercati finanziari
Le Borse, di fronte a uno scenario di questo tipo, scontano forti ribassi che si ripercuotono sui valori del risparmio investito e gestito da fondi e assicurazioni.
Tutto dipende da Hormuz
Tutto ciò, in estrema sintesi, dipende dalla navigazione dello stretto di Hormuz, il cui blocco, se duraturo nel tempo, rischia di ricreare le difficili condizioni del 2022-23, se non addirittura di portare
a una nuova recessione. Tutto dipenderà dal tempo: se entro Pasqua la crisi sarà risolta, lo choc verrà riassorbito, con qualche perdita ma senza conseguenze durature. Viceversa entreremo in un pericoloso circolo vizioso.