In Birmania caccia ai reporter

La sanguinaria dittatura manda i militari anche in un monastero: randellati a sangue ottocento monaci. Fotografo giapponese assassinato dalla polizia. Nei disordini di ieri uccisi altri nove dimostranti

In Birmania caccia ai reporter
Rangoon - Ora il regime trema. Ora il generale Than Shwe, ha bisogno di tutti i suoi indovini. Solo la schiera d’aruspici che ogni giorno circonda e consiglia il tiranno può osare un pronostico. Solo il manipolo di ciarlatani a cui il 73enne numero uno della giunta militare affida da un ventennio decisioni e destini del Paese può regalargli la certezza della sopravvivenza. Certo là fuori l’esercito spara, uccide, domina la piazza, ma in verità nessuno sa quanto potrà durare. I tiranni già devono fare il primo passo indietro, accettare un inviato dell’Onu. Un testimone di legalità nel laboratorio della violenza di Stato e della sopraffazione.

E intanto monaci, dimostranti, figli della rabbia e dell’esasperazione sono ancora lì. Ancora nelle strade. Ancora davanti la pagoda di Sule. Hanno raccolto nove cadaveri, hanno immortalato l’esecuzione di Kenji Nagai il fotografo giapponese trucidato per aver osato puntare la videocamera. Hanno assistito alle irruzioni nei templi. Hanno diffuso in un incontenibile passaparola il racconto degli oltre 800 monaci svegliati dai gendarmi, randellati a sangue, trasferiti nelle galere. Eppure sono ancora lì. Continuano a marciare, continuano ad urlare anche quando il regime borbotta il suo ultimatum, quando i funzionari annunciano l’«azione estrema».

Ma a Yangon, da mercoledì notte, non c’è più nulla di estremo, nulla di proibito. La città si sveglia, si stropiccia gli occhi con i racconti della notte, ascolta le cronache dalle pagode. «Sono arrivati mentre dormivamo, hanno fatto irruzione nei dormitori, hanno portato via centinaia di noi». Circolano le foto. Pozze di sangue tra sgabelli rovesciati, conventi profanati, sai calpestati. L’indignazione spezza il coprifuoco, lo calpesta, lo cancella. «Vogliamo la libertà, vogliamo la libertà».

La gente ascolta l’urlo, scende in strada, torna in piazza. Non ci sono più le tuniche arancione, strappate dai giacigli e consegnate alle galere, ma c’è un serpente affollato e rumoroso. Ottomila novemila, più di diecimila, tutti pronti a sfidare il terrore del generale Than Shwe e della sua sporca dozzina di senescenti colleghi. Il terrore è l’unica arma dei dodici raggrinziti tiranni. L’hanno ereditata da Ne Win, il loro tutore, il padre della sanguinaria via birmana al socialismo. Ci provano anche stavolta. Da scontati, metodici, tiranni. Nelle piazze i loro sgherri tramortiscono la folla con i lacrimogeni, le ordinano di ritirarsi, la bersagliano a colpi di mitragliatori.

Cade il 50enne fotografo giapponese Kenji Nagai. Un soldato gli passa sopra, lo fulmina con un colpo alla tempia. Stramazzano al suolo, si spengono in un rantolo due monaci. Non sopravvivono sei civili colpiti mentre barcollano sotto le cariche assassine. Poi arriva l’ordine. Cercare i fotografi, stanare i giornalisti, sigillare lo sgocciolio dell’informazione. Dopo i templi tocca all’albergo Traders. Lo prendono d’assalto, lo setacciano camera per camera.

Portano in strada i sospetti, li sdraiano a terra li spogliano. Vogliono telefonini, videocamere macchine fotografiche. Ma la grande caccia non fa bottino. Forse solo gli indovini costretti a pronosticarne la vittoria non vedono le mani legate del dittatore.

La Cina, il grande protettore alla ricerca di legittimità olimpica ha delimitato il mattatoio. La carica dei mastini del potere può accoppare, seviziare, bastonare, arrestare. Ma con moderazione. Può intimidire, ma non decimare. Stavolta riempire le strade di tremila cadaveri come nell’88 non è concesso. Stavolta la puzza di morte infastidisce i protettori di Pechino. Stavolta la brutalità dei tiranni non fa più tremare, infonde solo nuova linfa alla protesta, la risveglia, la riporta in piazza. Tornerà anche stamattina. Nonostante Than Shwe. Nonostante i suoi fucili.
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