"Bologna, 29 anni dopo resta solo un rito logoro"

Il politologo, voce critica della sinistra emiliana: "Ogni anno lo
stesso schema pur di avere visibilità. Per mantenere vivo il ricordo,
meglio una conferenza"

Roma - Gianfranco Pasquino, anima critica della sinistra e bolognese doc. Lei alla commemorazione della strage di Bologna c’era?
«Sì, c’ero, ci vado sempre, se non sono all’estero».

Anche quest’anno fischi a un esponente del governo di centrodestra. Strano che faccia ancora notizia, no?
«È un rito. Se non fischiassero si sentirebbero diminuiti. Non si rendono conto che i loro fischi lasciano il tempo che trovano».

Anche questa può essere considerata un’espressione di dissenso, oppure no?
«Nel loro caso gli unici fischi che potrebbero funzionare sono quelli che potrebbero fare a un loro ministro, ma per fortuna non riescono ad averlo. Continuino pure se questo li rende soddisfatti, pazienza».

Però è più o meno la sua parte politica...
«Ai miei vicini in piazza ho fatto notare che loro sono ex comunisti che stavano fischiando un ex comunista. C’è da riflettere, no?».

Erano in meno in piazza rispetto agli anni scorsi?
«Non sono in grado di dirlo, ma a me pareva un’affluenza dignitosa. Non molto diversa da quella dell’anno scorso, anche se questa era una domenica di agosto».

Una domenica spesa a officiare un rito, sembrerebbe a leggere le cronache...
«Un rito che sta giungendo al logoramento. La cosa peggiore è che segue sempre lo stesso schema».

Quale?
«Paolo Bolognesi alza la voce e poi se la prende regolarmente con il senatore Cossiga che immagino gongoli per questo. Poi, alla fine, altre due o tre parole contro l’obiettivo di turno, scatta l’applauso e poi finisce tutto lì. E dire che dovrebbe essere lui il primo ad augurarsi qualcosa di diverso. Ma forse preferisce così, per un giorno ha grande visibilità».

Forse il rito sta perdendo il significato anche perché le responsabilità della strage non sono chiare...
«Esiste una verità giudiziaria e io non la metto in discussione fino a quando non emergono elementi nuovi e quindi dico che sono stati Mambro, Fioravanti e Ciavardini. Poi ci sono altri elementi indiziari sufficientemente gravi, la vicenda dei depistaggi e i mandanti che ancora non ci sono».

E dove li cercherebbe lei?
«Non penso proprio possa entrarci niente la Libia come è stato detto. Ma non credo che chi è stato condannato possa essere stato in grado di fare da solo».

Cosa farebbe per commemorare la strage?
«Intanto prenderei atto del fatto che, nonostante le celebrazioni, oggi scopriamo che un italiano su cinque pensa che la strage sia stata fatta dalle Brigate Rosse. La gente se le ricorda perché hanno ucciso D’Antona e Biagi e loro, le Brigate Rosse, in questo modo si sono appropriate anche di questo evento».

Che differenza c’è tra i due tipi di terrorismo?
«Le Brigate Rosse uccidevano e rivendicavano per fare proseliti. Anche perché gli omicidi erano usati dai diversi gruppi come un modo per garantirsi l’egemonia di quell’area. I fascisti, invece, hanno fatto stragi e su questo non c’è dubbio. Oh, intendiamoci, quando dico fascisti non intendo assolutamente fare riferimento alla vecchia An, a Gianfranco Fini o a Maurizio Gasparri, per quanto non mi piaccia».

Torniamo al punto, che fare? Cosa si può mettere al posto della commemorazione in piazza, dell’intervento dell’associazione e dei fischi agli esponenti del governo da parte della sinistra?
«Quando ci fu la strage, il sindaco Renzo Imbeni e il presidente della Regione Lanfranco Tucci, che erano esponenti del Pci, lanciarono un programma di ricerche che fu affidato all’istituto Cattaneo. Io ero tra quelli che le fecero alcune delle ricerche. Parliamo di studi politologici e sociologici, non giudiziari, anche se sentimmo dei terroristi in carcere».

E proporrebbe di rifare la stessa cosa?
«Visto che c’è tanto materiale e tante persone che non sanno nemmeno cosa è successo si potrebbero fare pubblicazioni, conferenze pubbliche. Ricostruzioni fatte bene. Serve questo per mantenere viva la memoria».

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