Bolt, la freccia che riabilita gli spacconi

Bolt è una freccia spaccona. Corre per correre, corre per vincere, corre per dire al mondo di essere il migliore. Ha la faccia di quello che lo sa, si batte il petto per urlarlo in diretta tv: «Sono il più forte». Non è il primo, ora è l’unico. Si vede prima di piazzarsi ai blocchi di partenza: la scena è quella di un formidabile sbruffone che comincia la sua recita. Usain, Usain, Usain. Come ha detto al padre: «Ehi pà, stai calmo, tanto corro io». Il resto è il sottinteso più scontato: «E vinco». Bolt e le sue gambe corrono a mille per emancipare un ragazzo un po’ matto e per riabilitare gli smargiassi. Perché Usain piace anche se è politicamente scorretto, se non dice che esistono anche gli altri, se non pensa agli avversari, se non considera minimamente l’idea della sconfitta, se non contempla l’ipotesi che qualcuno possa superarlo. Bolt è un gradasso che fa simpatia perché si trascina la consapevolezza sua e di tutti gli altri di trovarsi di fronte a un fenomeno unico nella storia, nella prima prova di uomo bionico e nell’ultimo esempio di macchina a sembianze umane. Chi è che può pensare oggi di non ammirarlo? Nessuno. Chi è che si permette di dire che non è il migliore? Nessuno. Lui e il suo modo di fare da bulletto impertinente piacciono come dovrebbero piacere i timidi o i normali, quelli che si fanno il mazzo e che ce la fanno, quelli seri che non si montano da soli, ma aspettano il giudizio di qualcun altro.
Usain non è niente di tutto questo, ma è l’uomo più adorato del momento. Vedrete quelle braccia tese ad arco come simbolo di un’era, vedremo quei balli all’arrivo come icona di uno sport che aveva perduto personaggi e ha trovato un interprete. Bolt è un’iperbole, una figura retorica, un simbolo. È il compagno di banco che sa di essere figo e che viene amato perché tutti gli altri sanno che figo lo è per davvero. È il collega che racconta a tutto l’ufficio di essere quello che fattura più degli altri e che nessuno critica perché tutti sanno che effettivamente è così. Usain non fa più niente per essere simpatico, anzi fa di tutto per apparire antipatico, ma ottiene sorrisi dal mondo intero che se ne fotte dell’antipatia. È uno sportivo diverso: schietto in un mondo di ipocriti, caciarone in un mondo di taciturni, smargiasso in un mondo di finti modesti. È Diego Armando Maradona che sapeva di essere il più forte del mondo, è George Best che accoppiava il suo nome al suo talento e ne faceva un’equazione, è Cassius Clay che non si vergognava a definirsi imbattibile, è Alberto Tomba che partiva dicendo quello che gli altri avevano vergogna a dire: «Vincerò perché vado più forte degli altri». Quelli così sono simpatici fino a quando vincono, poi perdono appeal. Arriva l’animo umano e li massacra per il solo gusto di calpestare un mito. È successo a tutti i predecessori: Diego, Cassius, George, Alberto: l’autoincensazione li ha fatti esaltare quando erano al massimo e li ha fatti massacrare quando hanno fatto un errore. È il destino a scegliere la strada alla fine: Bolt sa che potrebbe non essere sempre così, che un giorno qualcuno gli rinfaccerà la spacconaggine, che alla prima sconfitta gli avvoltoi gli piomberanno addosso dicendo: «S’è montato la testa». Usain se l’è montata da quando era ragazzino, come il compagno di banco figo e come il collega fabbrica-soldi. È convinto di essere imbattibile e adesso lo è, è certo di non avere avversari e adesso non ne ha. Rimane se stesso perché non ha alcun motivo per cambiare: gli è andata bene a Pechino, gli è andata meglio a Berlino. Non è detto che gli umili debbano essere sempre i più amati.
Bolt e quelli come lui non possono non sapere che il mondo dei gradassi è bello, ma più difficile di quello dei normali. Uno che pensa di essere il migliore, poi deve esserlo per forza. Per gli altri e per se stesso. Usain adesso lo è. Dopo? Non ci deve essere per forza un dopo. Gli esempi di spacconi diventati cibo in scatola della società e miele per le critiche hanno portato gli sportivi a frenarsi, hanno creato una generazione di pavidi, timorosi e banali uomini di sport che ci affliggono con un lessico più insignificante delle loro poche vittorie. Bolt risarcisce quelli che se la credono, che non si sono limitati a dire «sono gli altri che devono giudicare», che non si sono nascosti dietro alla modestia. Dice a tutti che c’è sempre qualcuno più forte degli altri. Dice che è lui, senza dubbi, senza remore. Poi corre e vince, arriva e lo ripete: «Sono imbattibile». Avvisa chi potrebbe un giorno criticarlo e carica se stesso. Per vincere ancora e per non smettere mai di sentirsi il migliore. Poi c’è chi ci riesce e chi no. Lui fa cento metri in 9 secondi e 58. Maradona è stato senza dubbio il più bravo calciatore della storia, Clay è stato davvero il pugile più forte del mondo, Tomba ha veramente sciato come un dio. Si può essere sbruffoni perché si sa di essere migliori. Se gli altri si offendono, peggio per loro.

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