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La Moda architrave del Pil vale il 5% della produzione

Nel settore un milione al lavoro. Il presidente di D&G Alfonso Dolce: "Affiancare IA e intelligenza emozionale"

La Moda architrave del Pil vale il 5% della produzione
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Basta parlare della moda come se fosse soltanto passerelle, celebrity in prima fila e borse da migliaia di euro. La moda italiana è molto di più. È una delle colonne dell'economia nazionale, crea lavoro, forma talenti, attrae investimenti e porta il nome dell'Italia nel mondo. E proprio nel momento in cui l'incertezza economica frena consumi e mercati, il settore rilancia ricordando un concetto tanto semplice quanto spesso dimenticato: senza moda, l'Italia sarebbe più povera. Il messaggio arriva dall'Assemblea di Camera Nazionale della Moda Italiana, che ha rieletto all'unanimità Carlo Capasa presidente per il biennio 2026-2028 - oltre ad aver nominato il nuovo consiglio direttivo - e ha presentato «Il Bello della Moda», il primo Osservatorio che misurerà l'impatto industriale, occupazionale, culturale e sociale del comparto, realizzato con il supporto di McKinsey & Company e il contributo di IntelliSurvey.

I numeri parlano da soli. La moda vale circa il 5% della produzione industriale italiana, poggia su una filiera distribuita in 47 province, dà lavoro a oltre 500mila persone direttamente e a quasi un milione considerando l'intera catena del valore. E non è solo economia. È anche soft power. Fino al 70% degli studenti delle principali scuole di moda italiane arriva dall'estero e quasi sette turisti su dieci scelgono l'Italia anche perché attratti dal suo stile.

«La moda costruisce orizzonti e crea un profondo senso di appartenenza - rivendica Carlo Capasa - Sappiamo quali sono le sfide, dalle crisi geopolitiche ai cambiamenti del mercato, e continuiamo a evolvere. Troppo spesso si raccontano solo le ombre, dimenticando il valore enorme che questo settore genera ogni giorno. La moda italiana non è un'industria dell'Italia: è l'Italia».

E se c'è una città che più di tutte incarna questa forza è Milano. «La moda - racconta il sindaco Giuseppe Sala - porta occupazione, visibilità e attrattività Durante la fashion week il turismo registra ogni anno nuovi record. In quei giorni non sfilano soltanto i brand: sfila Milano stessa». Il futuro, però, passa anche dall'intelligenza artificiale. Renzo Rosso, fondatore e presidente di OTB, la utilizza già in molte aree aziendali. «È uno strumento straordinario per aiutare manager e imprese. Perfino io dialogo spesso con ChatGPT. Ma l'uomo resta insostituibile: l'AI serve a tirar fuori il meglio delle persone». Dall'amministrazione alla produzione, fino al nuovo sistema di try-on sviluppato con Google che, grazie al body scan, permette ai clienti di provare virtualmente i capi e rivoluziona il rapporto tra marchio e consumatore. Rosso, però, lancia anche un monito: «Il lusso sta cambiando. Oggi il consumatore investe di più in viaggi, benessere, longevità. E la moda rischia di appiattirsi tra sfilate-prodotto e prezzi sempre più esasperati».

Per Alfonso Dolce, presidente e ceo del gruppo Dolce&Gabbana, la vera innovazione non può prescindere dal fattore umano. «All'intelligenza artificiale dobbiamo affiancare quella emozionale. L'artigianato custodisce storia, cultura e territorio. I creativi di domani si formano ancora nelle botteghe e nelle accademie, dove il sapere diventa mestiere».

Una convinzione condivisa anche da Gemma D'Auria, Senior Partner di McKinsey & Company: «I brand vincenti saranno quelli capaci di trovare il giusto equilibrio tra efficienza dell'intelligenza artificiale e competenza umana».

Perché entro il 2030 saranno tra i 3 e i 5 trilioni di dollari del commercio mondiale a essere mediati da agenti di AI. Ma il vero vantaggio competitivo dell'Italia continuerà a chiamarsi talento. E quello, almeno per ora, non si programma.

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