Del Bosque, la "nonnetta" che faceva impazzire Bernabeu

Calciatore elegante, allenatore vincente, uomo provato dalla vita. Venne esonerato da Perez perché vinse «soltanto» due Champions

Del Bosque, la "nonnetta" che faceva impazzire Bernabeu

I baffi sono gli stessi. I capelli sono una memoria antica, quelli lunghi poi, antichissima. Don Santiago Bernabeu non gradiva che i suoi dipendenti portassero “bigotes y pelo de revolucion” ma Vicente Del Bosque era tra i suoi favoriti. Lo chiamavano la “nonnetta”, tecnica y tecnica y tecnica, questo era il football che il ragazzo di Salamanca sapeva frequentare. Un giorno, Miguel Muñoz (un personaggio che, lo dico per i contemporanei convinti che il calcio sia nato con la televisione, vinse con il Real Madrid, da giocatore quattro campionati e due coppe dei Campioni, e da allenatore nove campionati, due coppe dei Campioni, una coppa Intercontinentale) interruppe l’allenamento e disse ad alta voce: «Adesso vediamo quello di Salamanca che ha un culo che sembra donna Maria», la quale donna Maria era la moglie del presidente, don Santiago Bernabeu, il primo e l’unico al mondo cui è stato intitolato, da vivente, lo stadio di football. Il ragazzo veniva da Salamanca ed aveva vissuto un’infanzia difficile. Suo padre Firmim, era un ferroviere, i fatti del luglio del Trantasei avevano rivoltato la Spagna, Firmin del Bosque non aveva manifestato alcun gradimento per il nuovo regime, anzi. Per questo si era ritrovato senza lavoro e spedito in un campo di concentramento vicino a Munguia.
Vicente era il secondo figlio di Firmin e di Carmen, suo fratello, Firmin di nome pure lui, sarebbe morto di melanoma all’età di quarantasei anni. Il padre recuperò il posto di lavoro, la famiglia aveva bisogno di pane e di speranza, Vicente così è cresciuto, la memoria di Firmin resta fortissima ed è stata decisiva in un’altra storia infelice. Vicente ha sposato Carmen, una bionda di Toledo, tre sono i figli, l’ultimo, Alvaro, è affetto dalla sindrome di Down. «Il suo dolore, la nostra sofferenza, è servita a relativizzare i problemi, a capire che in fondo la vita ha altre priorità, altri ostacoli, altri doveri. E oggi siamo felici, Alvaro lo è e così i suoi fratelli».
Vicente del Bosque così ha detto a Enrique Ortego, giornalista e amico, spiegando che il football, insieme con la famiglia, rappresenta il suo impegno ma che dopo il football stesso c’è la vita, più importante di tutto il resto. Sembrano parole di circostanza, sono la chiave per comprendere l’uomo e il professionista. L’idolo della sua infanzia fu Santiago Martin detto El Viti, era un torero; Vicente, nel quartiere Garrido di Salamamca, recitava la sua corrida, erano orejas y ovaciones. Avrebbe voluto fare il maestro, gli studi gli regalarono questo diploma. Capì che il pallone sarebbe stato non soltanto un giocattolo. Tifava per l’Athletic di Bilbao prima di scoprire la capitale. A diciassette anni, dopo un paio di avventure con il Castellon e il Cordoba, arrivò al Real. Tecnica y tecnica y tecnica, incominciò a centrocampo, come metronomo del gioco, la sua avventura di calciatore: cinque campionati vinti, quattro coppe di Spagna; e quella di allenatore: due campionati, due coppe dei Campioni, una supercoppa di Spagna, una coppa Intercontinentale, una supercoppa Uefa.
A sessant’anni la “nonnetta” conserva i “bigotes” dei bei tempi, non alza la voce, ha la faccia dell’uomo comune, un po’ Maurizio Costanzo, un po’ Pupo De Luca, musicista jazzista di un tempo bellissimo, una faccia normale, anche buffa che non piaceva a Florentino Perez il presidente che tutto prende e nulla vince. Lo licenziò su due piedi, dimenticando tutta quell’argenteria portatagli in dote, per assumere Fabio Capello. Domenica a Johannesburg, Vicente si liscerà il baffo ma non guarderà verso la tribuna per vedere se don Florentino si nasconda tra gli ospiti.

Preferirà pensare ad Alvaro, quello che in collegio mette in fila i compagni di classe e firma autografi, con il nome di papà: Vicente del Bosque, quello che viene da Salamanca e aveva il culo che sembrava donna Maria. Adesso va a giocarsi il titolo di campione del mondo.

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