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La pasta che “stufa” uno, e conquista tutti gli altri

Le parole di Smolkin fanno rumore, ma alle Olimpiadi Milano-Cortina il racconto dominante è un altro: atleti da tutto il mondo entusiasti della cucina italiana, tra nutrizione, cultura e orgoglio nazionale

La pasta che “stufa” uno, e conquista tutti gli altri
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C’è una cosa che in Italia si impara in fretta: puoi criticare tutto, ma non la cucina.

Gleb Smolkin, pattinatore nato in Russia e oggi in gara per la Georgia, probabilmente non l’aveva messo in conto quando, parlando della mensa olimpica di Milano-Cortina 2026, ha dichiarato che la pasta “inizia a rivoltargli lo stomaco”.

Uno sfogo personale? Può darsi.

Ma detto qui, e in questo contesto, suona come una clamorosa gaffe culturale.

Perché se è legittimo non amare un piatto, è molto meno intelligente ed elegante lamentarsene proprio nel paese che ha fatto del cibo una delle sue bandiere identitarie.

Smolkin ha parlato di monotonia, di menù troppo centrati sulla pasta e poco aperti alle cucine dell’Est Europa.

Ma la presenza della pasta non è un capriccio folkloristico italiano: è una scelta tecnica. I carboidrati complessi sono la base dell’alimentazione sportiva, e non a caso la pasta è protagonista nei ritiri di mezzo mondo.

Non un’imposizione culturale, ma uno standard condiviso. Lamentarsene alle Olimpiadi suona quindi un po’ come stupirsi di trovare neve in una gara di sci.

Il punto però è il contrasto con ciò che hanno raccontato gli altri atleti.

Perché mentre Smolkin storceva il naso, il resto del Villaggio Olimpico faceva il contrario.

Sui social si sono moltiplicate testimonianze entusiaste: sciatori norvegesi che tornano a fare il bis di lasagne, pattinatrici americane che celebrano la pizza italiana come una delle scoperte più belle dei Giochi, delegazioni canadesi entusiaste del vero espresso. Alcuni membri del team USA hanno parlato apertamente di “best Olympic food ever”, sottolineando che rispetto ad altre edizioni la qualità percepita fosse più alta e più riconoscibile.

Anche atleti asiatici hanno raccontato con sorpresa l’esperienza gastronomica italiana. Una pattinatrice giapponese ha spiegato di aver assaggiato il tiramisù autentico per la prima volta, definendolo molto diverso dalle versioni industriali conosciute in patria. Delegazioni sudamericane hanno sottolineato invece l’aspetto conviviale della cucina italiana, quel modo di stare a tavola che trasforma il pasto in un momento sociale e non solo nutrizionale.

In molti hanno parlato del cibo come di una parte integrante dell’esperienza olimpica, non di un semplice servizio accessorio.

Anche nutrizionisti e preparatori di squadre straniere hanno ricordato che il modello mediterraneo è tra i più apprezzati nello sport professionistico. La pasta non è folklore, è un vero carburante. In molti ritiri internazionali esiste perfino il rituale del “pasta party” pre-gara. Sentire un olimpionico lamentarsene proprio in Italia suona quindi paradossale, quasi fuori tempo.

Qualcuno ha reagito con ironia, senza polemiche ufficiali. C’è chi ha scherzato dicendo che lamentarsi del cibo in Italia è “uno sport più difficile dello slalom”, chi ha pubblicato foto di piatti abbondanti con commenti eloquenti.

Un modo elegante per far capire che certe lamentele parlano più di chi le fa che della realtà.

Gli organizzatori hanno risposto con molta più classe. Nessuna polemica, solo dati: nel Villaggio Olimpico non c’è solo pasta, ma anche riso, patate, proteine animali e vegetali, menu internazionali e opzioni per ogni esigenza alimentare. La ristorazione olimpica è una macchina complessa, con migliaia di pasti al giorno e standard sanitari rigidissimi. E nonostante tutto, Milano-Cortina è stata elogiata proprio per la qualità del cibo, un dettaglio tutt’altro che scontato nella storia recente dei Giochi.

Il motivo per cui la frase di Smolkin ha irritato così tanto è semplice: in Italia il cibo non è solo nutrizione, è cultura.

È storia e tradizione.

Criticarlo in modo superficiale significa non cogliere questo livello più profondo. Dai banchetti romani alla dieta mediterranea riconosciuta dall’UNESCO, la cucina italiana è uno dei pochi linguaggi davvero universali del paese.

Alla fine la polemica passerà, come tutte quelle nate sui social. Resteranno le medaglie e i record.

Ma resterà anche un piccolo contrasto emblematico: da una parte un atleta che si lamenta della pasta, dall’altra centinaia che la celebrano come una delle scoperte più piacevoli dei Giochi.

E forse è questo il vero dato. Perché in Italia il cibo non è un dettaglio logistico. È parte dell’esperienza. E, piaccia o no, è un’esperienza che il mondo continua ad amare.

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