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Azteca, il tempio del calcio che non va mai in pensione apre un altro Mondiale

Messico-Sudafrica apre la rassegna iridata. Dal 1970 a Maradona lo stadio di Città del Messico è stato teatro di notti magiche

Azteca, il tempio del calcio che non va mai in pensione apre un altro Mondiale
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Tutti collegati alle 21 ora italiana. Noi filtrati dagli schermi, loro presenti a sfiatare sul campo. Ottantamila persone si approssimano a riempire le tribune dell'Estadio Azteca di Città del Messico per la partita inaugurale dei Mondiali 2026. Messico contro Sudafrica, fischio d'inizio di un torneo che si annuncia come il più grande della storia. Ma prima ancora che cominci la partita, prima ancora che i giocatori mettano piede sul prato, quello stadio avrà già vinto qualcosa: sarà il primo impianto della storia ad aprire tre edizioni diverse di una Coppa del Mondo. Sorge a 2.220 metri sul livello del mare, quasi a volersi avvicinare al cielo. E il cielo, a quanto pare, gli ha sempre restituito il favore.

Quando Pedro Ramírez Vázquez - lo stesso architetto che aveva disegnato il Museo Nazionale di Antropologia - vinse il concorso per progettarlo negli anni Sessanta, immaginò un anfiteatro capace di contenere migliaia di anime con visuale perfetta da ogni angolo. Stava costruendo uno stadio ma, senza saperlo, edificava un altare. Un luogo dove il calcio si sarebbe seduto accanto alla storia e avrebbe smesso di essere solo un gioco.

Il battesimo avvenne nel 1970. Il Messico ospitava i Mondiali e l'Azteca era il cuore pulsante della festa. Ma quella che restò impressa per sempre fu la semifinale del 17 giugno. Italia contro Germania Ovest, un mercoledì sera che avrebbe potuto essere qualsiasi mercoledì sera e invece divenne eternità. Sette gol, cinque nei supplementari, Schnellinger che pareggiò all'ottantaduesimo come se il destino volesse prendersi il tempo per negarci una gioia infinita. Il 4-3 finale con la rete di Rivera è una di quelle immagini che resistono al tempo, come certi quadri che sembrano non perdere pigmento. Fuori dall'impianto oggi c'è una targa - caso rarissimo nel mondo del calcio - che celebra quella semifinale. Non una finale né una coppa alzata. Il segno che certi momenti trascendono il risultato.

Rivera 1970

Sedici anni dopo, era il 1986, il destino tornò a bussare alla stessa porta. E questa volta portò con sé Diego Armando Maradona, che in quello stadio consumò forse il più grande atto di contraddizione della storia dello sport. Il 22 giugno, nei quarti di finale contro l'Inghilterra, in poco più di quattro minuti compì due gesti opposti e complementari: prima segnò con la mano - la "Mano de Dios", chiamò quel furto impunito, con l'insolenza di chi sa di essere abbastanza grande da farla franca persino davanti a Dio - poi realizzò quello che il mondo intero avrebbe battezzato come "il gol del secolo", sessanta metri di corsa, cinque avversari dribblati come birilli, la palla infilata in rete con la delicatezza di chi depone un fiore. Lo stesso uomo, lo stesso pallone, lo stesso stadio. Il diavolo e l'arcangelo che si davano appuntamento all'Azteca, lasciando al mondo il compito di capire quale dei due avesse prevalso. Quella notte l'Azteca ospitò la metafora di un'intera civiltà sudamericana: l'astuzia come sopravvivenza, la bellezza come riscatto.

Maradona campione del mondo 1986

L'Azteca fu anche il palcoscenico della finale, con l'Argentina che batté la Germania Ovest per tre a due in una partita ambivalente. Primo tempo di dominio albiceleste, vantaggio meritato; ripresa che sembrava indirizzata verso la fuga, poi la rimonta tedesca con Rummenigge e Völler - quest'ultimo all'ottantatreesimo su calcio d'angolo - a riportare tutto in parità. I supplementari erano già nell'aria. Durò un minuto, quell'equilibrio. Quel minuto bastò a Maradona per inventare un assist che tagliò in due la difesa tedesca come un bisturi, trovando Burruchaga solo davanti al portiere. Il resto fu silenzio, poi boato. Diego sollevò la coppa verso quel cielo messicano che lo aveva già consacrato due volte in poche settimane. La leggenda era completa.

Il Mondiale 2026 - quarantotto nazionali, tre paesi ospitanti, un formato che ha già fatto e farà ancora dissertare - comincia esattamente qui. Lo stadio ora si chiama ufficialmente Estadio Banorte, per ragioni di sponsor che il mercato impone e il romanticismo fatica ad accettare. Ma dentro e fuori quell'impianto, nessuno lo chiamerà mai con un altro nome.

Ottantamila persone stasera guarderanno il cielo di Città del Messico da quelle tribune e sentiranno il peso di tutto ciò che è venuto prima:Maradona che fluttuava sull’erba, Rivera che calciava nel buio dei supplementari e trasformava una partita di calcio in un'opera lirica, e molti altri campioni ancora. Il calcio ha molti stadi. Ma ha un solo tempio. E stasera il tempio torna a bruciare.

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