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Il calcio italiano in crisi ha scelto il Signor Sport

L’ex n°1 di Coni e Milano-Cortina eletto a larghissima maggioranza (68,58%). Le priorità: ct e unità di intenti

Il calcio italiano in crisi ha scelto il Signor Sport
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Nessuna sorpresa, anzi una percentuale superiore agli endorsement delle componenti. Giovanni Malagò è il 34° presidente della storia della Federcalcio ed eguaglia quel Franco Carraro che come lui è stato numero uno del Coni per tre mandati, guida della Figc e membro del Cio. «Sono orgoglioso anche se io non ho mai accettato lusinghe dalla politica...», ha sottolineato Malagò. Che alla lettura dello scrutinio, dopo aver letto il messaggio - tra gli altri - del presidente Fifa Infantino, ha ribadito: «Ho un profondo senso di responsabilità, è la mia sfida più difficile da dirigente, da solo non posso fare niente, con voi posso fare tutto. Non sono un Papa straniero, sono figlio della Figc e voglio fare grande l'Italia». Consapevole della situazione «ingessata» in Figc: «Ho sempre difeso l'autonomia dello sport ma se non si cambia, qualcuno ci metterà in condizione di cambiare...».

La sera prima del voto, i suoi principali elettori della Lega Serie A con il presidente Simonelli e l'ad De Siervo erano riuniti a cena in un ristorante romano a due passi da Campo dei Fiori, pregustando già il successo arrivato con un 68,58%. E alla fine di questa cena, dove mancavano De Laurentiis - negli Usa per seguire anche i Mondiali - e Lotito, unica voce fuori dal coro, hanno aggiunto un posto a tavola proprio al loro candidato già virtualmente presidente. «Mi avete aspettato per il caffè?», ha detto Malagò. Che ieri ha ottenuto una vittoria politica e strategica, rispettando la forchetta prevista tra il 65 e il 70 per cento, «del calcio delle grandi società di capitali e dei fondi di investimento» a detta dello sconfitto Abete, fermatosi al 29,17. «Vero che il calcio è un fenomeno sociale, ma non si può dimenticare che a livello economico tutto parte dalla massima serie», così Malagò in conferenza stampa.

Durante la quale ha parlato delle priorità. «Il ct? Bisogna vedere i bilanci, fare dei ragionamenti. Io ho fatto un atto d'amore e di follia lucida, l'allenatore a prescindere dal curriculum dovrà fare lo stesso. In un altro momento storico avrei sposato il ruolo di un ct da filiera federale, ma con questa pressione dell'opinione pubblica bisogna «annaffiare» la pianta ogni giorno. Quale potrebbe essere una scelta coraggiosa? Quella di affidare il Club Italia a qualcuno che ha fatto il calciatore. Poi, una cosa è l'intenzione, una cosa sono i fatti. Ma sarebbe un bel segnale. Un ct straniero? Una volta c'è stato Herrera, nella vita mai dire mai...». Roberto Mancini resta il nome papabile anche se un ritorno dopo il «tradimento» dell'estate 2023 potrebbe non essere visto di buon occhio. Ma potrebbero contare altri fattori, tra cui quello economico...

E sempre a proposito di stelle polari, «per prima cosa si deve compattare la squadra che ha delle 'discrete' personalità. E dobbiamo riallacciare un rapporto con una parte della politica. Perché io sono il dirigente che forse ha i migliori rapporti con questa, poi nel governo ci sono diverse anime...». Il riferimento implicito è al ministro dello Sport e dei Giovani Abodi che, rivelerà poi Malagò, «è stato il secondo a telefonarmi e venerdì ci incontreremo». Primo consiglio federale il 1° luglio e tra gli argomenti all'ordine del giorno l'iscrizione ai campionati («non sembrano esserci criticità...»), la sfida di Euro 2032 e l'impasse arbitri.

E sullo ius soli: «Sono un sostenitore di quello sportivo ma se in altre discipline puoi prendere tempo, nel calcio se non dai subito la cittadinanza qualche altro paese te lo toglie...». «Le norme sulla cittadinanza ci sono, funzionano e valgono per tutti, calciatori inclusi», così il ministro per gli Affari Regionali Calderoli.

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