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Calcio

Dzeko, i fischi e il coraggio di ammettere: facciamo schifo

"Possiamo dire che facciamo cagare, non è un problema. Stiamo facendo male? Sì, è vero. Magari non ci meritiamo questa maglia? Va bene, magari è così, anche questo non è un problema"

Dall’eterno Dzeko al pararigori "antifa". Ma il gioiello di Bosnia è il baby Alajbegovic
L'eterno bomber Edin Dzeko

Edin Dzeko è un bosniaco tosto, a trentanove anni può parlare di vita e di calcio, non ha dimenticato l'infanzia di Sarajevo. Nato nel 1986, a seguito dello scoppio della guerra in Bosnia ed Erzegovina, è costretto a spostarsi dalla sua città natale: «Non c'era molto da mangiare e non c'erano tre pasti assicurati ogni giorno. Avevo sempre paura, quando sentivamo gli spari o le bombe che cadevano, ci nascondevamo dove capitava. Potevi morire in qualsiasi

momento». Giorni durissimi e lontani, roba piccola a confronto con la sconfitta della Fiorentina, in conference league contro i greci dell'Aek, eppure Dzeko stavolta non fugge e reagisce: «Possiamo dire che facciamo cagare, non è un problema. Stiamo facendo male? Sì, è vero. Magari non ci meritiamo questa maglia? Va bene, magari è così, anche questo non è un problema. Ma quando gioco in casa vorrei che un tifoso mi aiutasse, non che mi fischia dopo ogni palla persa. Perché poi diventa difficile». Se lo dice uno che ha giocato più di mille partite,

bisogna credergli. Concordo, se si limitassero soltanto a fischiare, ma accade altro a Firenze e nelle avariate curve calcistiche, l'insulto, la minaccia, l'aggressione. Si potrebbe, una volta per tutte, fermarsi, ritirarsi, ci vorrebbe un'idea di coraggio. Provi Dzeko a fare il primo passo, ricordando che a Sarajevo a fischiare erano le bombe.

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