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Calcio

E Beppe Viola lo laureò migliore d’italia

Celebrato in vita. Da compagni, rivali, esperti. E un giorno il grande giornalista disse: “È il miglior libero... esclusi Freda e Ventura”

(R40139-26) 1994 - USA - Campionati del Mondo - Baresi Franco - Bef

Per fortuna hanno celebrato Franco Baresi da vivo prima di piangerlo e di commuoversi oggi che la notizia tragica è diventata autentica e non invece una squallida corsa in avanti. E lo hanno celebrato oggi come allora coloro che con il Capitano a cui di diritto viene assegnata la maiuscola, hanno condiviso trionfi e qualche sconfitta e vissuto un’epoca probabilmente irripetibile a giudicare dalla durata per il Milan e i milanisti sparsi per il mondo. Tra i primi ad accorgersi del talento che spuntava sul prato di San Siro fu il cantore di una tv di stato che non esiste più, Beppe Viola inviato di punta della Rai e conduttore scapigliato della Domenica sportiva di quei tempi andati. Dopo una prova in campionato contro la Juve in cui giganteggio al cospetto di Gaetano Scirea, Viola dettò al microfono un giudizio secco che ebbe il valore di una laurea honoris causa: «Da oggi Franco Baresi è il miglior libero d’Italia, esclusi Freda e Ventura...». Arrigo Sacchi che con Italo Galbiati, suo maestro alle giovanili, lo trasformò nel sapiente regista difensivo moderno, gli scrisse una dedica che rimane scolpita perché testimonia non un banale rapporto tra tecnico e calciatore sublime, ma un cordone ombelicale umano e personale. Dettò Arrigo in occasione del suo compleanno numero 60: «Grazie caro Franco per tutto quello che hai fatto da parte di chi ha avuto la fortuna di allenarti, che ti è molto grato, riconoscente e che ti vuole anche bene». Paolo Maldini che lo ha avuto prima capitano e poi vice-presidente onorario quando divenne, con il Milan americano capo dell’area tecnica, ha sempre segnalato in quel «leader silenzioso» un carisma unico. Ne parlò così: «In tutti questi anni lo hanno chiamato in tanti modi: kaiser Franz o Piscinin, per me è sempre stato il capitano. E mi ha impressionato il modo con cui ha interpretato il ruolo: poche parole e tanti fatti». Solo da un olandese della sua maestosa classe poteva arrivare il paragone, unico, da trasferire ai ragazzini dei nostri giorni che non hanno avuto la fortuna di ammirare le sue scorribande, palla al piede, da una metà campo all’altra. Ha suggerito un giorno Marco Van Basten l’accostamento seguente: «Baresi è stato il Johann Cruijff dei difensori! Fuori tranquillo e timido addirittura, in campo un guerriero con la fame di vittorie». Perfetto bisognerebbe chiudere. Aggiungere altro si può solo se si ripassano i capitoli della storia esaltante di Franco Baresi e del suo Milan degli Invincibili. Adriano Galliani, vice-presidente storico di quel team, lo conobbe in età già matura. Franco aveva già testimoniato la sua fedeltà ai colori rossoneri e l’avvento di Silvio Berlusconi lo salvò dalla cessione alla Samp di Mantovani. Ha raccontato un giorno Galliani rievocando il primo trionfo mondiale di Tokyo, dicembre del 1989: «Con Baresi e grazie a Baresi siamo saliti in cima al mondo». Era la missione impossibile dichiarata nella convention del luglio 1987 al castello di Pomerio da Silvio Berlusconi («dobbiamo diventare la squadra più titolata al mondo») centrata nel giro di qualche anno appena. Fu per questo che a imperitura memoria, la maglia numero 6 venne ritirata e a nessun altro sarà mai concesso il privilegio d’indossarla. Filippo Galli è stato per anni il suo sodale, il suo socio in affari calcistici: uno marcava Maradona e Franco ripartiva lasciando qualche rivale in fuorigioco. Insieme hanno affrontato epiche sfide. Nella partita del secolo, la finale di Champions league ad Atene 1994 contro il Barcellona di Cruijff, fu proprio Filippo Galli a fare le veci di Baresi, squalificato nell’occasione con Costacurta, entrambi in tribuna ad ammirare lo spettacolare 4 a 0 inflitto ai catalani. Ecco il suo ricordo: «Franco ha sempre avuto un carisma che nessuno osava mettere in discussione. Quando al tavolo di Milanello qualcuno seduto al mio tavolo, come Simone e Nava, alzava la voce bastava uno sguardo di Baresi perché tutti noi ci ammutolissimo improvvisamente. In campo poi ha avuto una caratteristica che molti gli hanno invidiato: sembrava che non facesse mai fatica nello scattare, nel vincere con decisione i contrasti, nell’uscire dai duelli sempre con la palla al piede». Vincenzo Pincolini è stato il preparatore storico del Milan di Sacchi e gli è sempre rimasto impresso il prodigio Baresi ai Mondiali ’94: «Chiese di essere operato subito a New York dove ci trovavamo in ritiro e con la Nazionale. Dopo tre settimane scarse, si rimise in piedi e giocò tutta la finale. Solo Franco Baresi poteva esserne capace!».

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