C’è del teatro, in questa storia, prima ancora che del calcio. Roberto Mancini torna sulla panchina azzurra come un Ulisse redivivo, richiamato in patria dopo il munifico ingaggio arabo, mentre attorno a lui la FIGC si agita come un salotto borghese alla vigilia del crollo: Ranieri promosso a direttore tecnico con la saggezza paziente di chi ha visto tutto e si stupisce di poco, Pirlo evocato e poi smentito nel valzer delle indiscrezioni, Maldini e Leonardo che si affacciano e si ritraggono come comparse in cerca d’autore, e Malagò che osserva dall’alto, custode di un trono che nessuno sembra voler occupare con convinzione. Il calcio italiano, insomma, si guarda allo specchio e non si riconosce: troppi nomi, poche certezze, un’Under 21 che promette e una Nazionale maggiore chiamata a reinventarsi con il materiale che ha. Mancini, da vecchio marpione qual è, sa che non si ricostruisce una cattedrale con i mattoni sbagliati: bisogna scegliere, e scegliere fa male. Proviamo a immaginare come vedrebbe il campo, con un 4-3-3 che profuma di coraggio più che di prudenza.
Porta
Gianluigi Donnarumma resta il faro, l’unico certificato di garanzia in un mare di incognite: presenza scenica, piedi buoni, personalità da capitano morale anche senza fascia. Dietro di lui Carnesecchi, agile e reattivo, pronto a raccogliere l’eredità quando arriverà il momento. Il terzo dovrebbe essere Meret. Poi ci sono le giovani promesse: Caprile, che a Napoli ha imparato a stare sotto pressione senza tremare; e Motta, ancora acerbo ma con margini da vetrina.
Difesa
Al centro Bastoni e Mancini non posso al momento discutersi. Sulla destra Palestra, qualità e polmoni, fresco di mega ingaggio al Chelsea. E a sinistra Calafiori, preferito a Federico Dimarco non per talento nell’ultimo passaggio, ma per solidità difensiva, per quella capacità di leggere l’uno-contro-uno che oggi vale più di un cross perfetto. Tra le riserve mettiamo Udogie, Bartesaghi e il giovane Ahanor. In panchina anche Di Lorenzo, Buongiorno, Scalvini, Leoni (vediamo come tornerà dopo il lungo infortunio), Comuzzo, Kayode, Cambiaso, Favasuli e Ruggeri: un esercito di alternative di buona qualità.
Centrocampo
Il trio scelto condensa equilibrio e visione: Sandro Tonali regista basso, metronomo e coscienza tattica della squadra; Nicolò Barella mezzala di corsa e fantasia, l’uomo che trasforma il possesso in verticalità; e Niccolò Pisilli, predestinato romano, chiamato a portare freschezza e inserimenti in un reparto che rischia altrimenti di appesantirsi. Dietro di loro scalpitano Frattesi, sempre pronto all’inserimento, Ndour, Casadei, Fagioli in cerca di riscatto, Rovella, Ricci e Della Rovere: una panchina ricca di talenti chiamati al grande salto.
Attacco
Davanti il condottiero sarà Francesco Pio Esposito, centravanti fisico e già maturo, chiamato a fare da punto di riferimento con la testardaggine di chi non ha nulla da perdere. Ai suoi lati due ali di movimento e imprevedibilità: Liberali, tecnica sopraffina e voglia di stupire, e Vergara, verticale e coraggioso nell’uno contro uno. La prima alternativa nel ruolo di centravanti è Kean, poi ci sono Raspadori, Camarda, il giovanissimo Ekhator, uno Zaniolo in cerca di redenzione, Koleosho e pure Inacio.
Un’Italia giovane, dunque, coraggiosa quasi per necessità più che per scelta. Mancini lo sa: non è il momento di erigere cappelle sistine. Qui bisogna ripartire dalla fondamenta.
