Ci sono momenti nei quali la vita e la realtà ci portano a pensare che tutto sia finito che tutto sia cambiato che il nostro mondo di sogni e speranze sia giunto al termine. Ci sono momenti in cui il futuro ci preoccupa ma il passato ci ricorda di quanto siamo stati fortunati a viverlo. Ci sono momenti in cui gli amici, con i quali abbiamo condiviso la nostra esistenza, almeno parte di essa, e, insieme, i momenti più felici del nostro lavoro, ci salutano per l’ultima volta come se volessero andare via da noi per sempre. Di fronte a quest’ultimo saluto ripercorriamo il nostro passato, quello trascorso assieme e il nostro amico ci appare ancora più grande e vero, ancora ci insegna qualcosa, ancora ci fa capire quanto sia stato immensamente bello vivere a fianco e quanto lui sia stato fonte di gioia per noi. Franco Baresi per me è stato tutto questo e molto di più, lo incontrai per la prima volta alla vigilia del raduno spettacolare, quello degli elicotteri, quarant’anni fa, stava quasi da parte, come da sempre, era però schietto e sincero, non era tra coloro con i quali scherzavo e giocavo con le parole, stranamente mi incuteva anche un po’ di soggezione, ma sapevo che con lui avrei potuto parlare e risolvere qualunque problema. Sembrava anche un po’ ombroso, anzi lo era davvero, in un mondo abbagliato dal glamour e dalle esibizioni, Franco rappresentava esattamente il contrario, non aveva bisogno di tatuaggi, capelli intrecciati o effetti speciali, la sua specialità immensa era la serietà con la quale si presentava sul campo, la dedizione con la quale si dedicava al proprio lavoro e la capacità di infondere fiducia a tutti i compagni di squadra e a tutti noi dirigenti. Era un capitano e vi svelo oggi un piccolo aneddoto, nelle partite internazionali, da regolamento, toccava a lui dialogare con l’arbitro ma io chiesi ai tre olandesi di aiutarlo, di stargli vicino quando fosse stato necessario chiedere l’intervento del direttore di gara o protestare per una decisione, non glielo mai confessato, per paura di una sua reazione negativa ed orgogliosa. Ricordo i primi mesi difficili con Sacchi, Arrigo ti diceva che dovevi muoverti come Signorini, la cosa non era di tuo gradimento, poi la tua lealtà superò il dissidio.Ho avuto tante fortune nella vita, tu Franco sei stato una delle più importanti per me, abbiamo celebrato grandi successi e abbiamo qualche volta incassato sconfitte che ci hanno commosso alle lacrime.Sei stato l’unico allo stadio Heysel a portare le rose (la foto assieme, nda) alla curva dei ragazzi della Juventus, sei stato l’unico a giocare un mondiale nelle ore successive ad un intervento chirurgico al menisco, sei stato l’unico ad essere il migliore senza bisogno di dirlo. Fui costretto a spostarti dalla guida del settore giovanile, avevano deciso di riservare quel posto a Filippo Galli, non fu facile parlarti, convincerti, alcuni anni dopo, durante una tournée in Cina, mi domandasti la verità, volevi sapere perché e per come, avendo capito che era stato io delegato a farlo fuori, accettò la mia spiegazione, nel tempo sarebbe tornato ad occupare quel ruolo. Sei e sarai per sempre nella nostra memoria e chissà se un giorno ci ritroveremo io in panchina e tu in campo come una volta. Il calcio italiano e mondiale da oggi non è più piccolo, la Tua assenza è soltanto temporanea, anzi, la Tua figura, la Tua storia sono ancora più forti e presenti di prima. Il silenzio di oggi è quello che ti ha accompagnato nelle vittorie.

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