Le sconfitte sono di due tipi: quelle che fanno solo male e quelle che aiutano. Succede quando perdi una partita ma scopri che avevi scambiato un mondo per un altro. Giovanni Malagò pensava di entrare nel calcio portandosi dietro l’eleganza della diplomazia a Cinque Cerchi, uno stile di dialogo, il rispetto delle competenze prima di tutto. Così ha affidato a Maldini e Leonardo la scelta del nuovo ct convinto che, individuati gli uomini giusti, il resto sarebbe venuto da sé. Ma da sé è arrivato solo il cortocircuito delle competenze e del dialogo. Gli è bastata una settimana per capire che il calcio non è l’Olimpiade. Qui il cronometro e certi valori restano negli spogliatoi. A decidere sono i falli, i tackle spesso non sulla palla. Il mondo olimpico è abitato invece dai Thomas Bach, l’ex presidente Cio che da atleta impugnava il fioretto, dalle Kirsty Coventry, l’attuale presidentessa che consumava vasche su vasche gareggiando e vincendo nel nuoto, dirigenti scafati, scaltri, anche diabolici, cresciuti però con l’imprinting olimpico della disciplina e del sacrificio che resta comunque addosso anche nelle peggiori versioni di se stessi.
Nel calcio no. Nel nostro calcio ancora di più. E poi il nostro calcio è soprattutto Roma, è politica, è correnti, è presidenti, è procuratori. Forse dopo la felice esperienza di Milano Cortina, l’olimpiade che nello sport ci ha consacrati davanti al mondo, Malagò si è sentito troppo milanese, lui che Roma la conosce meglio di chiunque altro. Solo che la sua è la Roma dei circoli, delle relazioni, del potere esercitato senza bisogno di alzare la voce. Ma esiste un’altra Roma: quella del calcio. Una città nella città. Qui nessuno concede apprendistati. Se mostri un’incertezza, è un attimo e diventa debolezza.
Per questo il passo falso con il milanese tutto di un pezzo Maldini potrebbe rivelarsi la migliore notizia delle sue prime settimane da presidente. Il suo no a Pirlo, Maldini, Leonardo e il suo sì all’altrettanto criticato Mancini parlano chiaro. Apprendistato finito.
