Non si fanno prigionieri. Di solito.
Però se dopo nove anni ti siedi nella panchina sbagliata, non si può far finta di niente. Ci ha provato il Gasp, alla vigilia: «Ci si saluta all’inizio, e poi ognuno per la sua strada». Ma Bergamo è Bergamo, e a qualcuno è sembrato pure di vedere un po’ di emozione. Forse è leggenda. Di sicuro è sceso per primo dal pullman col sorriso.
La città è avvolta dalla nebbia, ma sull’arena nerazzurra le luci sono sempre accese. La storia è nota: Gasperini arrivò quasi per sbaglio, dopo cinque partite ne aveva perse quattro, salì nell’ufficio del presidente: «Si gioca coi ragazzi di Zingonia: o è così o me ne vado».
Grande Percassi, lesse la mossa: nacquero successi, litigi, grandezza e trofei. Perché il Gasp è quella cosa lì, ultimatum dopo ultimatum. Solo che l’ultimo non gli è riuscito.
Dunque rieccolo, e all’improvviso sembra fare freddo. Più freddo. Lo speaker neanche lo nomina, per Mister Palladino l’urlo è all’unisono. Qualche saluto all’ingresso, l’abbraccio al suo erede e via. Spunta uno striscione: «Una bella storia si legge anche dal finale, peccato». Si gioca.
Già, si gioca: dopo 12 minuti su angolo Svilar svirgola, così che Scalvini entra in porta col pallone. Proteste, neanche il Var è dalla parte del Gasp, anche se lo è la curva con un paio di controstriscioni
che sciolgono gli applausi. Un po’ tiepidi, ma reciproci. La festa finisce qui: insulti, petardi, ancora Var con un gol annullato a Scamacca per un fuorigioco grottesco («Questo è cinema» urla Palladino alla telecamera).
Gasperini è furente con i soliti noti (Ferguson, Rensch): nella ripresa mescola le carte, alla fine però resta a 997 punti in carriera. Litiga con Palladino, se ne va oscuro: non è ancora la sua Roma, non è più la sua Atalanta. Non si fanno prigionieri di solito, ma non sempre.