Giovanni Malagò è tornato presidente della federcalcio. E appena ha chiuso il rapporto con Maldini e Leonardo cui aveva appaltato il controllo del calcio nazionale immaginando di poter «condividere» le decisioni più importanti, è tornato alla casella della partenza e ha deciso tutto da solo. In poche ore e secondo un piano già noto e del quale si è scritto e chiacchierato a lungo prima dell’avvento del ticket dirigenziale dalla durata più corta della storia. Così Roberto Mancini è tornato il ct azzurro da mandare in panchina a raccogliere la pesantissima eredità mentre Claudio Ranieri ha accettato al volo il ruolo di dt e presidente del club Italia. I due, dopo le firme dei rispettivi contratti, a cifre più modeste rispetto a quelle previste per Guardiola, Maldini e Leonardo, terranno oggi a Roma (ore 18) la conferenza stampa di presentazione. E sarà l’occasione per il ct di rispondere alle centomila obiezioni sul suo conto e sulla sua burrascosa fuga del 2023. Prima curiosità: rispetto al precedente incarico, Mancini ha completamente rinnovato lo staff tecnico; via i sodali di origine sampdoriana (Evani, Salsano, Lombardo) e dentro Bonucci, Maccarone, Gagliardi e Roccati (allenatore dei portieri). A completare la nuova squadra Oriali tornerà al fianco di Mancini con il ruolo che fu di Gigi Riva cioè di team manager mentre una terza figura istituzionale sarà chiamata per dirigere, insieme con Viscidi, la filiera delle under giovanili. Il nome più accreditato in tal senso è quello di Zola, il primo a parlare «di un piano lungo 8 anni per ottenere i primi risultati» a proposito della riforma già sinteticamente annunciata da Maldini e Leonardo e che molte critiche suscitò tra i presidenti di A.
Su questa raffica di nomine, Malagò ha raccolto il voto favorevole di tutto il consiglio federale, compresa la serie A che si era spesa per puntare invece su Conte in combinata con Chiellini. Ma quest’ultimo ha chiarito la sua posizione: «Non lascio la Juve!». All’epoca, la sua nomina contribuì a cementare la poltrona del presidente Tavecchio. Malagò ha ripreso il bastone del comando assumendosi la responsabilità del no a Pirlo ct. «Per questioni di opportunità ho detto no. So che sciogliendo il contratto con l’agenzia sarebbe venuto meno il tema ma io ho scoperto in ritardo questo dettaglio al pari di Maldini» la sua ricostruzione. Seguita dall’addio con Maldini e Leonardo: «Insieme abbiamo sottoscritto un documento nel quale si parla di complicità nella decisione finale di separarsi» l’elegante definizione che ha una completa chiave di lettura nella considerazione successiva («Può essere che una scelta del genere eviti problemi per il futuro»). Per capirci: Malagò aveva capito che Maldini avrebbe costituito un problema non solo sul ct ma anche in occasione degli altri snodi della collaborazione. Che Mancini stesse aspettando da tempo, è argomento arci-noto. Anzi aveva confidato nervosismo quando ha visto che l’avvento di Maldini come dt (incompatibile con l’ex doriano) allontanava il suo ritorno in azzurro. Che Ranieri fosse disponibile lo ha dichiarato in tempi non sospetti. «Un incarico in Nazionale? Devi rispondere sì e basta!». Così il presidente della Figc ha recuperato parte del tempo perso e in meno di 24 ore ha ricoperto tutte le caselle rimaste vuote. Con questi due profili di professionisti esperti e collaudati, cambia la prospettiva: la Nations league diventerà già il primo banco di prova.
