Vasco, nell'estate dell'82, quando l'Italia aveva ancora addosso il profumo della nostra vittoria, scrisse Vita spericolata e vergò una verità semplice e luminosa ognuno col suo viaggio, ognuno diverso.
È un po' il destino dei quattro cavalieri del gol in questo Mondiale un po' scomposto, molto zuccherato e salato, profondamente americano, firmato Infantino & co. Messi, Haaland, Mbappé e Kane non sono una classifica, sono quattro modi opposti di firmare una partita.
Messi è il goal che arriva dopo aver fatto finta di non cercarlo. Cammina, guarda, sparisce per qualche minuto e poi rimette ordine con un tocco delicato o fulmineo.
Haaland è l'esatto contrario. Non ha bisogno di poesia, anzi la considera una perdita di tempo. È una creatura più brutale e sincera: pallone, movimento, porta. E poi via al tamburo e remata vichinga.
Mbappé è la superbia della velocità quando incontra il talento. Parte e trasforma il difensore in un uomo in ritardo, ha quell'aria un po' irritante di chi sa già come finirà l'azione prima ancora che cominci. Il suo gol è spesso una fuga, scappa e gli altri guardano. Kane, invece, resta il meno appariscente e forse il più serio.
Non ha il mistero di Messi, la furia di Haaland, l'elettricità di Mbappé. Ha qualcosa che nel calcio moderno si nota meno perché non fa rumore ovvero la completezza. Segna, lega, apre, rifinisce.
Ognuno col suo viaggio, appunto, ognuno diverso.
Il genio, il mostro, il fulmine, il professore. In mezzo al pollo fritto globale, alle partite impacchettate, ai rossi che vengono tolti, il gol resta l'unica lingua ancora comprensibile. Ora aspettiamo chi si siederà al Roxy Bar, tavolo della finale