Quattro congolesi, un sudafricano, un keniota, un gabonese, una swazi. Sembra l’inizio di una barzelletta, invece si tratta della nazionalità degli otto arbitri, giudici, assistenti, Var, Avar, collaboratori e analisti che hanno diretto la finale della coppa d’Africa tra Senegal e Marocco. Tralascio nomi e cognomi, per rispetto della pazienza dei lettori, ma la lista serve a comprendere come il calcio non sia soltanto un gioco ma un manuale Cencelli per distribuire omaggi e raccogliere voti utili per le (ri)elezioni.
Nello stadio Prince Moulay Abdallah di Rabat è andata in scena una partita che è passata dal caso al caos, grazie alle decisioni dei giudici, all’assegnazione di un calcio di rigore con announcement in inglese, da noi «a seguito di revisione», alla clamorosa protesta dell’allenatore senegalese Pape Thiaw, tipo Galliani a Marsiglia, la ribellione dei tifosi dei Lions de la Teranga, tentativo di invasione di campo, lancio di sedie, 12 minuti di paura e di confusione prima che la saggezza di Sadio Mané, ex Liverpool e Bayern