Gentile Direttore Feltri,
io non riesco a spiegarmi come sia possibile che la sinistra, femministe incluse, protesti per l'uccisione di Ali Khamenei, uno dei più spietati dittatori della storia. Ho il dubbio che, solo per attaccare Trump, i progressisti abbiano scelto di schierarsi dalla parte dei peggiori criminali del pianeta. Il che mi pare alquanto disonesto. Io sono felice che il popolo iraniano possa adesso recuperare quelle libertà che gli sono state negate per decenni. E vorrei ricordare ai sedicenti democratici che è stato proprio il popolo iraniano ad implorare l'intervento di Trump negli ultimi due mesi, mesi in cui gli iraniani hanno subito una repressione violentissima con un bilancio di decine di migliaia di vittime sulle strade. Oggi ho voglia di urlare persino io che non sono iraniana: «Grazie, Trump!». Perché penso che la liberazione di un popolo, a cui vengono restituite libertà universali, sia una festa per chiunque.
Mirella Cortese
Cara Mirella,
dici di non riuscire a spiegarti come sia possibile che una parte della sinistra italiana, femministe comprese, sia scesa in piazza contro l'intervento che ha messo fine a uno dei regimi più oppressivi del pianeta.
Io invece una spiegazione ce l'ho. Si chiama ideologia. E quando l'ideologia prende il posto della realtà, accade che si pianga per il dittatore e si ignori il popolo che quel dittatore ha tenuto sotto il tallone per decenni. Mi ha colpito, e non in senso positivo, vedere certe manifestazioni a Roma e a Milano: cartelli contro Trump, slogan contro «l'imperialismo», accuse di fascismo rivolte all'Occidente. Il tutto mentre in Iran, nelle stesse ore, migliaia di persone festeggiavano la fine di un uomo che per cinquant'anni ha governato con la repressione, la censura, la polizia morale, le impiccagioni pubbliche. C'è qualcosa di grottesco in questo cortocircuito. Le donne iraniane sono state arrestate, bastonate, incarcerate, violentate, uccise per una ciocca di capelli fuori posto. Per aver chiesto di vivere senza un velo imposto. Per aver osato dire «no» a un sistema teocratico che le considera cittadine di serie B. E le nostre femministe cosa fanno? Protestano contro chi ha contribuito a spezzare quella catena.
Se non fosse tragico, sarebbe comico. La sinistra italiana, quella che si autodefinisce antifascista, ha una singolare costanza: riesce sempre a schierarsi dalla parte sbagliata della storia quando in gioco ci sono regimi anti-occidentali. È accaduto con Maduro, è accaduto con Castro, è accaduto con altri satrapi variamente distribuiti per il globo. E accade oggi con il regime iraniano. Non importa quante migliaia di manifestanti siano stati massacrati nelle strade. Non importa quante carceri siano piene di studenti. Non importa quante famiglie abbiano pianto figli uccisi.
L'importante è che il nemico sia Trump. E allora, pur di colpire lui, si finisce per difendere l'indifendibile.
Tu scrivi che le libertà sono universali. Hai ragione. Non sono di destra né di sinistra. Non sono occidentali né orientali. Sono libertà. E quando un popolo esulta perché si sente finalmente liberato da un oppressore, io non mi metto in lutto per l'oppressore. Mi unisco alla speranza di quel popolo.
Si può discutere sull'opportunità politica di un intervento militare. Si può discutere sui rischi, sulle conseguenze, sugli equilibri geopolitici. Quello che non si può fare è fingere che il regime iraniano fosse un modello di civiltà e che la sua fine sia una tragedia. Tragedia era prima. Per le donne, per i giovani, per chi chiedeva libertà. La verità, cara Mirella, è che una parte della sinistra non perdona all'Occidente di essere Occidente.
E così, nel suo riflesso condizionato antiamericano, finisce per considerare ogni nemico dell'America automaticamente un alleato morale. È un errore grave. È un errore storico. Ed è un errore che pagano sempre i popoli oppressi. Se davvero vogliamo dirci democratici, cominciamo da qui: si sta con chi chiede libertà, non con chi la nega.