Il Califfato ha paura delle statue. Scomparsa la "Venere di Cirene"

A Bengasi sparisce il capolavoro che avevamo restituito a Gheddafi, a Tripoli distrutta la "fontana degli italiani"

Il Califfato ha paura delle statue. Scomparsa la "Venere di Cirene"

Da Leptis Magna (Libia)

«Guarda siamo arrivati... ora ti taglio la testa e prendo il martello». Mahmoud, il guardiano, con una mano si liscia la barba corvina, con l'altra alza il kalashnikov. E intanto ti sghignazza in faccia. «Daesh sono io... siamo già qua». A ben guardare può anche non sembrare una battuta. Mahmoud, uno dei guardiani armati di mitra che s'aggirano per i colonnati e gli archi di questa necropoli romana «patrimonio dell'umanità» potrebbe essere anche il proprio opposto. Il nostro viaggio tra i tesori che rischiano di scomparire per sempre, o già lo sono, inizia dai resti di questa colonia romana diventata, nel 200 dopo Cristo, il fulcro commerciale del Mediterraneo. Secondo «Alba Libia», la coalizione islamista al potere a Tripoli, qui a Leptis Magna - 130 chilometri a est della capitale in direzione Misurata - tutto fila per il meglio. Mahmoud e la decina di giannizzeri mandati a pattugliare l'arco di Settimio Severo e le terme di Adriano sarebbero la migliore garanzia di fronte alla violenza devastatrice dei nuovi vandali dello Stato Islamico.

Quegli occhi senza sorrisi tra i capolavori del passato

Certo per ora Leptis Magna, la città che nel 439 dopo Cristo fronteggiò la furia dei Vandali di re Genserico, non sembra avere nulla da temere. Il Califfato per ora non bussa ai suoi cancelli. E tra i pilastri e le aquile simbolo della Roma imperiale s'aggirano famigliole e comitive. Clima e immagini di questa vestigia d'impero romano fanno presagire però cambiamenti assai simili a quelli che precedettero la fatale invasione vandalica del 439. La famigliola riunita per una foto di gruppo sotto l'arco di Settimio è un grumo nero di femmine allineate agli ordini di padre barbuto in tunica e braghe alla caviglia. Moglie e due figlie, sono tre lugubri hijab di taglie decrescenti, nove occhi affacciati da sipari neri drappeggiati su corpi informi. Tre cupe censure in una cornice di millenaria bellezza plasmata tra l'ocra della pietra calcare e gli azzurri di cielo e Mediterraneo. I loro occhi bassi, ma stupiti ricorrono confusi processioni trionfali e riti sacrificali. Le mani della bimba indicano un Caracalla fanciullo accompagnato per mano dal padre Settimio Severo. Fotografano, guardano, passeggiano per questi sentieri antichi con lo stesso stupore dei sudditi di Genserico. Rapiti da una cultura estranea quanto sconosciuta. Ma nei loro sguardi rispettosi, quanto infinitamente avulsi, leggi l'impercettibile distanza che separa l'estraneità dall'indifferenza. Un'indifferenza che, se alimentata dal fanatismo, può facilmente sfociare in compulsiva smania distruttrice. Anche senza lo Stato Islamico. È successo a novembre 2014 nel cuore di Tripoli. Lì, tre mesi dopo l'arrivo al potere delle milizie islamiste e la nomina a sindaco di Mehdi Al Harati, un ex militante delle cellule alqaidiste del Gruppo Islamista Combattente, è scomparsa la «gazzella», la «fontana italiana» realizzata nel 1932 da Angiolo Vannetti. Al posto di quella gazzella abbracciata da una donna seminuda e circondata da getti d'acqua resta un deforme torsolo di cemento e metallo appoggiato sul basamento di una fontana, spenta e semivuota. Quella statua seminuda era l'ossessione dei gruppi radicali. Già nel 2011, dopo la caduta di Gheddafi, qualcuno aveva cercato di «rivestirla» avvolgendola in veli e stracci. Dopo la rimozione la statua ha fatto, probabilmente, la stessa fine dei Buddha di Bamiyan fatti saltare a colpi di artiglieria dai talebani afghani. Con quella profanazione messa a segno all'alba del ventunesimo secolo prese il via la minaccia a tutti i tesori del passato. Una minaccia sospesa come una Spada di Damocle sui tesori artistici ritornati alla luce grazie al lavoro svolto dagli archeologi italiani durante e dopo la colonizzazione libica. Ricordate la Venere di Cirene restituita nell'agosto del 2008 da Silvio Berlusconi a Muhammar Gheddafi? Di quella vestigia di donna nuda, senza braccia e senza testa, amorevolmente curata per 92 anni nella nostra Roma non ci sono più notizie. Bengasi, la città dove Berlusconi la riconsegnò a Gheddafi, è diventata prima la culla della rivoluzione, poi la base delle milizie islamiste ed, infine, la prima linea della guerra tra queste ultime e il governo in esilio di Tobruk. Lo scempio, da quelle parti, inizia nel maggio 2011 quando i reperti del cosiddetto Tesoro di Cirene - conservato dal 1917 nei sotterranei nella Banca Commerciale - vengono saccheggiati e rivenduti sul mercato clandestino delle opere d'arte. Due anni dopo Cirene, il patrimonio dell'Umanità sopravvissuto a 26 secoli di storia viene occupato da un'orda di nuovi barbari che trasforma 200 delle sue tombe e dei suoi siti archeologici in case e negozi. Cirene, distante ottanta chilometri dal caposaldo dello Stato Islamico di Derna, non è però la più a rischio. Sabratha, la necropoli romana tornata alla luce grazie al lavoro compiuto nel 1920 dall'archeologo italiano Renato Bertoccini è oggi un tesoro inaccessibile. A pochi chilometri dal suo teatro romano e dalla Basilica cristiana di Giustiniano opera un campo d'addestramento dell'Isis. Da lì sono usciti i responsabili delle stragi messe a segno al museo del Bardo di Tunisi e sulla spiaggia di Soussa.

I timori per il futuro e le certezze del passato

Se in Libia il destino dei tesori archeologici è solo in forse, in Siria e in Iraq è già compromesso. Palmira, la «sposa del deserto» siriano dove le carovane riposavano all'ombra di templi e colonne millenarie, è ormai un patibolo a cielo aperto. Tra gli archi e i colonnati del suo teatro romano i ragazzini boia del Califfato conducono mattanze d'infedeli. Tra esecuzioni, decapitazioni e consueti orrori si consuma pure il sacco e la distruzione dei suoi tesori. Le esplosioni che il 23 maggio hanno sbriciolato il leone di Allat e altre statue sono solo la teatrale messa in scena dietro cui si consuma una sistematica opera di saccheggio, trafugamento e rivendita d'opere d'arte rimesse sui mercati dopo aver attraversato il confine turco. E così del patrimonio artistico siriano rischia di restare poco. La moschea degli Omayyadi, al centro dei combattimenti tra ribelli islamisti ed esercito di Bashar Assad, è un cumulo di rovine. Al Qala, la cittadella simbolo di Aleppo poco distante - secondo la leggenda - da dove «Abramo mungeva la sua vacca» rischia di patire le stesse distruzioni subite ai tempi dell'assedio di Tamerlano. E il «Krak dei Cavalieri», la fortezza crociata caduta in mani ribelli e riconquistata dai governativi resta assolutamente inaccessibile. E nessun turista o studioso potrà più ammirare i leoni assiri scolpiti nella pietra di Arslan Tash sbriciolati dai bulldozer dello Stato islamico. Il vero regno dei nuovi vandali è però il nord Iraq. Là le vestigia del passato cadono una dopo l'altra sotto i colpi della furia iconoclasta del Califfato.

Khorsabad, la citta dei leoni alati con teste umane dove 2700 anni fa il re assiro Sargon II eresse il suo palazzo è stata uno dei primi obbiettivi dell'Isis. «Le mura della città sono state rase al suolo e i suoi templi saccheggiati e distrutti» - spiegava il direttore delle antichità irachene Qais Rasheed. Stessa sorte è toccata ai «lamassu», i leoni alati d'epoca assira posizionati all'entrata di Mosul, la capitale del Califfato del Nord Iraq. In quella culla di antiche civiltà, i nuovi barbari hanno fatto a pezzi i reperti di due sale del Museo e fatto saltare la Moschea venerata da ebrei musulmani e cristiani come la tomba del profeta Giona. A sud di Mosul si sono accaniti contro i templi di Hatra, la citta patrimonio dell'umanità ed incrocio d'arte romana, ellenica e orientale. Il vero «crimine di guerra» è però la distruzione di Nimrud, la capitale neo assira del 1300 avanti Cristo dove sorgeva il palazzo di re Ashurnasirpal. Un palazzo sopravvissuto a 2800 anni di storia e abbattuto a marzo dalle ruspe con le bandiere nere del Califfato. E così la Storia cancellata dal Califfato non si ripresenterà più agli occhi stupiti dei turisti e a quelli attenti e corrucciati degli studiosi. Diventerà una manciata di polvere, una cortina buia, un ricordo confuso estirpato dalla terra e consegnato ai libri di storia. Nasceranno lì i primi lembi di un mondo senza storia, senza ricordi e senza identità. Il mondo su cui il Califfato sogna di rimodellare i cuori e le menti degli uomini. Il mondo opaco dove una preghiera, un libro e un ordine lanciato dal pulpito di una moschea sono l'unico orizzonte dell'esistenza. Un mondo dove non esiste la sensazione dell'orrore perché non esiste quella della bellezza. Dove non è permesso sognare un futuro perché non esiste più un passato. Il mondo pervaso dal presente silenzioso e cupo di Abu Bakr Al Baghdadi e dei suoi tagliagole.

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