La camicia rossa di Garibaldi batte bandiera bianca

Caro Granzotto, ho avuto sempre dubbi sulla personalità di Garibaldi. Oggi, attraverso internet, ho registrato un articolo che le inoltro in allegato. Mi fido di lei in quanto approvo tutto quello che esprime nei suoi giudizi, specialmente in politica. Non sono uno studioso di storia italiana e purtroppo ho appreso le nozioni storiche dell’Italia soltanto dalla scuola media superiore. Oltretutto sono un perito industriale e le materie preminenti della nostra formazione scolastica erano solo quelle tecniche. Mi rivolgo a lei per chiederle un parere sull’articolo allegato e sono certo che, come sempre, saprà esprimere un giudizio chiarificatore in merito. La ringrazio e mi scusi se le ho rubato qualche minuto di tempo.
Sulmona (L’Aquila)

E poi dicono che il Risorgimento e dintorni non interessa che a pochi. Sono alluvionato da lettere sull’argomento e certo non me ne dolgo, perché è sempre meglio occuparsi di Garibaldi che di Gianfranco Fini. Ah, che grande occasione perduta è il centocinquantenario dell’unità d’Italia e che bello sarebbe stato se si fosse tradotto in un «ampio e appassionato dibattito» non tanto sui perché, ma sui percome l’Italia s’è fatta una e indivisibile. Ma veniamo a noi: l’articolo in questione (è evidente, caro Storace, che mi rivolgo ai lettori ignari di quel testo) ritrae un Garibaldi (scherzosamente definito «’o nzallanuto», il babbeo) per nulla somigliante a quello al quale ci ha abituato la «vulgata» risorgimentale. Niente di nuovo. Che avesse briganteggiato e pirateggiato e saltato assai la cavallina quand’era eroe del primo mondo, quello sudamericano, è storia nota anche se taciuta per amor di patria. Che in quanto eroe del secondo mondo non fosse uno stinco di santo è altrettanto noto e di ciò erano per primi a conoscenza i padri della Patria che se ne servirono avvantaggiandosi del suo (indiscusso) talento in guerre che oggi chiameremmo asimmetriche. Il Garibaldi dei banchi di scuola è quello di «Roma o morte», del «qui si fa l’Italia o si muore», quello dell’«obbedisco» elevato a simbolo della disciplina e della dedizione al processo unitario, neanche don Peppino avesse altra scelta, dopo la firma dell’armistizio di Cormons. Il Garibaldi dei banchi di scuola è quello col poncho e la camicia rossa («le volle di color rosso - ci spiegò a ciglio umido la maestra - perché così non si sarebbe visto il sangue versato in battaglia». Quando, fiero del mio sapere lo riferii alla famiglia riunita per il desinare, mio padre se ne uscì con un: «Non diciamo fesserie» che mi mandò di traverso la cena) e la spada sguainata, figura allegorica a tutto tondo oggi fatta segno da un intenso e bipartisan tiro al piccione revisionista. Che poi, a voler essere onesti, ci sarebbe poco da revisionare se rivolgendosi per lettera a Cavour, qualche settimana dopo Teano lo stesso Vittorio Emanuele così si esprimeva, sull’Eroe dei due mondi: «Come avrete visto, ho liquidato rapidamente la sgradevolissima faccenda Garibaldi sebbene, siatene certo, questo personaggio non è affatto docile né così onesto come lo si dipinge e come voi stesso ritenete. Il suo talento militare è molto modesto, come prova l’affare di Capua, e il male immenso che è stato commesso qui, ad esempio l’infame furto di tutto il danaro dell’erario, è da attribuirsi interamente a lui che s’è circondato di canaglie, ne ha eseguito i cattivi consigli e ha piombato questo infelice paese in una situazione spaventosa».

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