"Il Doge, un ritratto di redenzione", così si chiama il docufilm che verrà proiettato domenica alle 21 ai Martinitt. Presenti in sala il protagonista, Giampaolo Manca, veneziano, 72 anni, ex ergastolano vicino alla Mala del Brenta e la regista Gianna Isabella Magliocco. A raccontarla breve, è la storia di un criminale che ha scontato 37 anni di carcere (ma le condanne ricevute erano per 85 anni) e nel 2018 conquista la libertà. Da otto anni Manca è mosso da una missione: aiutare i giovani a non commettere reati e supportare un'associazione per ragazzi autistici.
Chi è il Doge?
"Chi era. Non lo sono più. Tanti anni di carcere mi han portato dove sono ora, un uomo distrutto che cerca il modo per riscattarsi. Quello che ho fatto è imperdonabile, ho ucciso e spacciato, ho raggiunto il fondo. Ma quando ho pregato Dio sono stato ascoltato. Il mio fratello gemello, Fabio, si era ammalato di cancro per la seconda volta, e oggi è vivo perché il Signore mi ha dato la grazia".
Com'è la sua vita oggi?
"Da otto anni incontro i ragazzi nelle scuole o nei teatri. In carcere ho scritto quattro libri, poi ho realizzato il docufilm con Gianna Isabella che è diventata la mia compagna, un altro dono della vita. Ma non è un Romanzo Criminale o Gomorra, non c'è nulla di romanzato".
Quando è diventato il Doge?
"A 17 anni. Il soprannome mi è stato dato dagli altri della banda (che non è quella di Felice Maniero con la quale tenemmo contatti). Organizzammo una rapina clamorosa. Un ladro d'arte inglese ci commissionò le tele del Bellini e del Vivarini custoditi nella chiesa dei Santi Giovanni e Paolo di Venezia, quella dei Dogi. Un complice mi chiuse in una cassapanca poco prima della chiusura, sarei uscito a mezzanotte per far entrare il resto della banda".
E come andò?
"Una suora sollevò la cassapanca per prendere dei cuscini ma non si accorse di me; la rapina si fece, avvolgemmo le tele in coperte, salimmo su una barca rubata e le nascondemmo su un'isola vicina. Il colpo ebbe una risonanza tale che il ladro d'arte inglese abbandonò il proposito dandoci la metà della somma pattuita, 150 milioni di lire (una casa a Venezia si comprava all'epoca per 5 milioni)".
Da lì diventaste ricchi, conosciuti e via via braccati.
"Inebriati, incoscienti e sempre in fuga. Entrai al carcere minorile di Treviso la prima volta per quel furto. Cominciai a capire che mi stavo avvicinando all'inferno quando la polizia catturò l'amico Silvano, gli spararono e gli misero le manette da morto. Sono stato nei carceri di massima sicurezza di mezza Italia, a Voghera in condizioni pessime dove fu avvelenato Sindona, a Rimini e a Opera".
Cosa non si perdona?
"Di essere entrato nel giro dello spaccio, eravamo avidi di soldi e abbiamo seminato morte. E di aver partecipato a tre omicidi di ex complici".
È stato accusato ingiustamente?
"Sì di aver preso parte a una rapina con esplosivo su un treno portavalori che provocò una strage con 90 feriti e la morte di una studentessa di 20 anni. Io avevo dato la notizia alla banda complice, fui tirato in mezzo per garantir loro sconti di pena, ma la cosa più devastante è stato il rimorso per la morte della giovane, Cristina Pavesi".
Com'erano i suoi genitori?
"Mio papà era un uomo violento, era agente della guardia di finanza. Picchiava mamma e noi. Il giorno in cui mi macchiai il maglione con la pittura ci passò sopra la trielina e mi diede fuoco con un'accendino, se ci penso sto male ancora. Mamma ci voleva bene ma vendeva le sigarette di contrabbando e finì in carcere per tre anni".
Suo figlio?
"Armando ha 52 anni, l'ho avuto a 19. Ha pagato tanto per le mie scelte ma oggi mi dice, papà sono fiero di chi sei diventato".